domenica 24 maggio 2026

La Pentecoste...secondo Don Tonino Bello

 la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità.

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.


sabato 23 maggio 2026

Autopsia...di Maura Baldini

AUTOPSIA

Guardare consuona con ardire. 

Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà. 

Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa. 

Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita. 

Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità. 

E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa. 

Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla. 

Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita. 

Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci. 

Questo cadavere cosa è? È verità. 

Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo. 

La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero. 

Nel frattempo, osservo l’ippocastano. 

Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.

Maura Baldini

giovedì 21 maggio 2026

Don Antonello Lapicca

Basta aprire un quotidiano, accendere la televisione, ascoltare un notiziario. Che cosa emerge subito dentro di noi? Pensieri, giudizi, rabbia, paura. Ci arruoliamo idealmente in una fazione, ci schieriamo con una parte politica, emettiamo verdetti, ci indigniamo. Accade quasi sempre. E così, magari senza accorgercene, restiamo irretiti dal mondo, ne respiriamo le ideologie, pur cercando di seguire il Signore. Quando la realtà non obbedisce ai desideri, ai progetti e alle ideologie, il mondo senza Dio si fa dio e fabbrica salvatori, falsi profeti e cattivi maestri. Scambia il bene con il male e il male con il bene, seguendo le menzogne del demonio. Così scarta il figlio nel grembo, elimina il malato quando costa, consegna i ragazzi agli schermi per sedarne l’angoscia, affida alla tecnica il figlio che non arriva, alla legge il rancore, al potere il sogno di una vita senza limiti. Ma questa menzogna non resta fuori di noi. Anche noi, davanti a una realtà che non riusciamo ad addomesticare perché sazi il cuore e realizzi i nostri desideri, ci indigniamo, ci adiriamo e, dimenticando Dio, ci sostituiamo a Lui. Elaboriamo la nostra scienza, inventiamo la nostra tecnica, costruiamo il nostro piccolo potere: abortiamo una speranza quando chiede sacrificio, pratichiamo l’eutanasia di una relazione quando ci delude, spegniamo un figlio con pretese e giudizi, cancelliamo un collega dal cuore, trasformiamo la salute in idolo, la casa in bunker, gli affetti in possesso, persino la Chiesa in un luogo che deve darci ragione. Eppure la pace non arriva, anzi. Perché non siamo stati creati per modellare un paradiso in terra su misura della nostra carne ferita dal peccato. Siamo nati per vivere da figli di Dio, liberi per amare. E proprio perché questo ci è impossibile, Dio si è fatto carne per salvare e trasformare la nostra carne. Lo Spirito Santo non abita gli ideali, le ideologie, le battaglie dell’ego che cerca di affermare se stesso. Cerca la nostra carne stanca, impura, ferita. Perché, come scrive Tertulliano, “la carne è cardine della salvezza”. Gesù l’ha assunta, l’ha portata nella morte, l’ha liberata dal peccato e l’ha trasfigurata con la risurrezione, rendendola capace di entrare nel Cielo, nella comunione piena con il Padre. L’ha resa capace di accogliere lo Spirito Santo, che sigilla in noi la Verità e ci consacra, cioè ci separa dal mondo perché possiamo vivere nella Verità e testimoniarla al mondo. Siamo nel mondo, ma non del mondo, perché il sangue di Cristo ci ha riscattati e purificati da ciò che avvelena il cuore. Per questo Gesù non chiede che siamo tolti dal mondo per rinchiuderci un'elite che giudica senza misericordia, ma custoditi dal maligno per annunciare senza paura il Vangelo al mondo. Senza annacquamenti. Nella Chiesa siamo custoditi e allevati dalla Parola, dai sacramenti e dalla comunione, perché si compia in noi il Vangelo. Un cristiano ama il nemico, si offre per lui, diventa martire della Verità per salvare chi è schiavo della menzogna. Nell’amore e nell’unità che lo Spirito compie nella comunità cristiana appare nel mondo la Verità che smentisce la divisione del demonio. Anche oggi il Signore ci manda nel mondo come ha mandato il Figlio: ultimi e piccoli, non per modellarlo o rifarlo, ma per salvarlo con l’amore, nella carne redenta e nella storia che ci dona. Che cosa c’è di più grande di questa missione? Che cosa può riempirci della gioia di Cristo più che compiere la volontà del Padre, perché ogni uomo sia salvato? Nulla.

Nella casa...di Maria Liscio

 

NELLA CASA

Mi parve che ci fosse

tanto calore in te

da poterne scaldare

tutta una vita.

E invece non era che una vampa

rapida,

fatua fiamma

se appena annotti.

Ora ti offro la brace

della mia pena,

quella pietà

di cui non sei capace

e poso la mia mano

sui tuoi occhi inquieti di scontento.

Cruccioso inamovible

rifiuti il dono.

Siamo

in una casa di strette mura

a girarci

come mondi

ciascuno per un’orbita lontana.

Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021)

martedì 12 maggio 2026

La poesia secondo Isabella Bignozzi


Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato.

La poesia aiuta la postura verticale: lo sguardo attento, il sincero incanto, la dismissione di ogni concupiscenza e prevaricazione; l’arte poetica può aiutare a riaccendere, incontrandole nella luce interiore, le adorabili cose che esistono: persino il dolore, cratere cupo, scarlatto, è nel centro del petto come un continuo battesimo, a ricordarci di essere vivi, poter amare ancora. Sentire pienamente: stare immobili. Non sottrarsi ma accogliere. È qui la salvezza.

Scavandoci e creando alveo, acquisiamo l’oggetto amato – o temuto, patito – per assimilazione, sottraendo spazio a noi stessi. Affetto come atto d’intellezione, conoscenza come atto d’amore: nella contemplazione vi è reciprocità tra ardore e intendimento: Ubi amor, ibi oculus.

Ogni forma d’arte sia garbata, leale all’Essere: alluda simbolicamente, concisamente, nell’unità che solo lo Spirito può donare. Affinare l’intelletto vale soltanto a salire più in alto, sulla via dell’attenzione purissima, che è sinonimo di preghiera (Weil). Il vero non si può esprimere pienamente con alcuna tecnica artistica. Ma si può percepire per un attimo: con nudità, nell’umiltà.

Isabella Bignozzi

martedì 28 aprile 2026

Fernando Pessoa, a volte....


A volte canto senza la voce, così come penso senza parlare. 

La cecità che mi è stata donata è un modo di darmi la luce. 

Se procedo per un cammino, sono due i miei cammini: 

uno, quello in cui mi incammino. L’altro, la verità in cui sono. 

In me esiste, al fondo di un pozzo, un pertugio di luce. 

Là, molto in fondo alla fine, un occhio fabbricato nei cieli. 

Fernando Pessoa - da “Sono un sogno di Dio”

mercoledì 15 aprile 2026

Ana Vega sulla....scrittura

 

«La escritura llega donde el ojo no alcanza, ni el oído ni las manos. 

No podría definir o catalogar mi escritura o modo de enfrentarme al folio en blanco como algo predeterminado, cuyos límites estén marcados de alguna manera, sus formas o trayectoria.

Camino, escribo, a golpes de conciencia pero siguiendo una cierta línea, podríamos decir argumental o cimientos que sustentan mi escritura: la búsqueda, el compromiso con la verdad, con el dolor, con aquellas partes oscuras que otros rechazan, obligar al lector a sentir la cercanía de sus dos caras, el bien y el mal, nuestros ángeles y nuestros demonios».

                                                               Ana Vega

domenica 12 aprile 2026

Una poesia di Luca Pinato


CHI RESTA

C’è sempre uno

che resta più esposto.

Non si ritira

quando qualcosa cede.

Non si chiude.

Non sposta il peso altrove.

Resta.

E prende su di sé

anche la parte dell’altro

che l’altro non regge.

Come una casa

quando il vento insiste

contro gli infissi

e in ogni stanza

cambia la tenuta dell’aria.

L’altro si chiude.

Fa del proprio dolore

una soglia stretta,

un varco dove passa solo

ciò che non pesa troppo.

E tu rimani fuori.

Non fuori dall’amore.

Fuori da ciò che cede.

Da ciò che trema.

Da ciò che chiede braccia

e non bellezza.

Ci sono mani

che sanno cercarti nel desiderio,

riconoscerti acceso,

intero,

luminoso,

e poi fermarsi

quando arrivi disfatto,

con la febbre del cuore,

con quella fame scura

che non chiede di essere capita

ma soltanto tenuta.

È lì che si spezza.

Prima della distanza.

Quando uno dei due

non è più luce da accogliere

ma peso da reggere.

Allora impari.

Non bussare.

Non tornare.

Restare fermi.

Lasciare che sia il vuoto

a dire se davvero mancavi,

se il tuo nome spostava l’aria,

se il tuo silenzio

cambiava la tenuta delle cose.

Finché lo capisci.

Non sei fuori

da una porta chiusa.

Sei la stanza

che l’altro

non ha costruito.

Luca E. Pinato

domenica 5 aprile 2026

L'editoriale di Andrea Monda per l 'Osservatore Romano (4/5/26)


La paradossalità che accompagna ogni pagina dei Vangeli trova il suo punto culminante nel racconto del triduo pasquale. Il Figlio di Dio, redentore del mondo è dal mondo rifiutato, condannato come blasfemo e sovvertitore dell’ordine pubblico. E viene ucciso fuori dalle mura della città appeso ad una croce, «il supplizio più orrendo e doloroso», come ha sottolineato padre Francesco Patton nelle sue Meditazioni per il rito della Via Crucis al Colosseo, «riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio», una pena escogitata dai potenti della terra in modo da diventare “esemplare”. Ed è proprio questa via del rovesciamento assoluto che viene scelta da Dio per la redenzione di cui il mondo ha bisogno. Tutto questo nell’inconsapevolezza degli uomini che continuano la loro esistenza quotidiana distrattamente, spesso «senza sapere quello che fanno». Poi ci sono i governanti del mondo, i responsabili delle nazioni, che “usano” anche questa vicenda per i loro interessi, stringendo “amicizie” come quella tra Erode e Pilato, abituati come sono non a servire ma a servirsi di tutto, strumentalizzando ogni occasione, ogni persona.


Le parole delle cronache che accompagnano da sempre le vicende degli uomini, appaiono stanche, vuote di significato, insufficienti. Non di queste parole ha sete il cuore dell’uomo che ha invece sete e fame di infinito, che cerca non parole, ma una Parola che sia anche presenza, tutt’uno con la persona che la pronuncia. E la Parola di Dio, quella Parola che è Dio, letta e pronunciata nelle celebrazioni del triduo pasquale, è molto chiara rispetto alla «solita vecchia storia del mondo» perché la prende e la ribalta, mostrandoci un altro “esempio” quello del Figlio dell’Uomo e del suo modo di vivere fino alla fine e di morire offrendo la sua vita in riscatto per molti.


Nell’omelia per la Missa in Coena Domini Papa Leone ha parlato di questo ribaltamento, di questo “scardinamento”: «Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza» e ha sottolineato il suo farsi servo: «noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio [...] Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto».


Uno scardinamento che diventa smascheramento della logica, illusoria, del potere umano come evidenzia padre Francesco Patton all’inizio delle Meditazioni: «Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento». La via della croce è la paradossale strada che rovesciando la logica del mondo lo redime, spezzando le catene che gli uomini stessi tendono a costruire.


Leone XIV lo ha detto chiaramente nell’omelia della messa crismale di giovedì mattina: «La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova».


Il Papa parla di imperialismo, parola oggi tristemente tornata di moda. L’antidoto a questa eterna tentazione è la via mistica. Il teologo Rahner parlava di un cristianesimo del futuro che poteva essere inevitabilmente mistico. E Carlo Ossola, nel suo saggio sulla mistica Il fuoco della pietra, osserva che tutti i mistici sono quegli «inutili giusti» che rimangono «una frontiera opposta ai regni del profitto». Il cristiano si pone alla frontiera del mondo e già intravede il germoglio di una nuova creazione a cui cerca con tutti i suoi limiti di partecipare attivamente. Questa nuova creazione avviene, sorprendentemente e quotidianamente, spesso nel nascondimento, quando una persona compie un gesto di misericordia, disarmandosi dalla propria aggressività, ogni volta quando, dice il Papa, «non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo» e allora succede che possiamo sperimentare tante e tante “risurrezioni”, «quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra!».


Spesso si dice che viviamo tempi di grande aggressività, è vero, ma non sembra questa una grande novità, il male non lo è mai. La novità ha a che fare con il bene e si cela nella possibilità di una risposta diversa, quella a cui è chiamato il cristiano seguendo l’esempio del Figlio di Dio che si è fatto servo, come ha ricordato fra Roberto Pasolini nell’omelia del venerdì santo: «Siamo tutti tentati sempre, continuamente di usare un po’ di aggressività, un po’ di violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non si risolvono mai. Il Servo del Signore non può cedere a questo istinto: dovrà custodire la mitezza come unica forza per affrontare le tenebre del male».


La via dell’umiltà, la via della mitezza, sono le vie paradossali che suonano controcorrente e rimettono il mondo in cammino, lo fanno procedere in avanti e in alto, non indietro e in una spirale che si accartoccia sempre di più. Umiltà e mitezza sono le parole che scaturiscono dalla Parola che è Cristo, mite e umile di cuore, quella Parola di cui ancora oggi ha sete l’anima di ogni essere vivente.


Andrea Monda

martedì 31 marzo 2026

Il cuore messo alla prova...Di Suor M. Santa Sparaco

Non è nella vetrina del mondo che si riconosce un’anima profonda. Non è nei consensi, nelle parole ben costruite o nei numeri che scorrono sotto un post che si misura la verità di una vita spirituale. C’è un luogo più nascosto, più esigente e più vero: il cuore messo alla prova.

La spiritualità autentica si rivela quando tutto vacilla. Si riconosce nella capacità di restare in piedi mentre dentro si combatte, nella fedeltà silenziosa quando la tentazione si fa insistente, nella forza interiore che non si arrende anche quando nessuno vede. È lì che la fede smette di essere idea e diventa carne, respiro, scelta.

La crescita nella fede non si misura da ciò che si mostra, ma da come si attraversa ciò che ferisce. Si vede nella qualità della preghiera, che non è fuga ma incontro; si vede nella capacità di abitare le contrarietà senza lasciarsi indurire; si vede nel modo in cui si affrontano le crisi senza spezzarsi né scappare, trasformandole — lentamente, dolorosamente — in una forza che spinge avanti.

Perché, in fondo, tutto il resto è rumore. Apparenza. Costruzione fragile destinata a crollare al primo vento forte.

Quando la vita ti pone davanti all’imprevisto, alla perdita, al cambiamento che non hai scelto, allora emerge la verità: non conta ciò che hai mostrato, ma quanto sei radicato in Dio. Non conta sembrare forti, ma diventarlo nel profondo. La vera maturità spirituale non è perfezione esibita, ma trasformazione vissuta.

E questa trasformazione non nasce da una frase letta o condivisa. Nasce nel tempo, nel lavoro nascosto, nel ricominciare ogni giorno. Nasce da fondamenta solide: da quella Roccia che è Cristo, centro silenzioso e stabile attorno a cui tutto trova ordine, anche quando fuori infuria la tempesta.

Se ti senti fermo, vuoto o smarrito, non cercare risposte immediate: resta. Prega. Persevera. Apri uno spazio allo Spirito Santo. Sarà Lui, con delicatezza e potenza, a riaccendere dentro di te quella luce che credevi spenta e a restituirti un entusiasmo più vero, più maturo, più profondo.

— Di Suor Maria Santa Sparaco ✨

martedì 24 marzo 2026

L'esercizio della poesia...secondo Ripellino

 «L’esercizio della poesia è una prova di resistenza alle asperità quotidiane e all’indifferenza degli uomini. Le squallide vicende dei giorni presenti paiono sottolineare l’inutilità della poesia, perché essa, sempre più scalzata sui margini, nulla può lenire e a troppi non dice nulla. La poesia è magnificamente superflua come il dolore e troppo fragile in tempi di sopraffazione. […] Scrivere poesie nell’assedio in cui siamo invischiati vuol dire caparbietà di non soccombere agli sfaceli, di sopravvivere, tenendo a distanza con la magia del Belcanto, con la pienezza polposa delle parole, con gli esorcismi delle paronomasìe e delle assonanze la Morte.»


Angelo Maria Ripellino, a proposito di “Autunnale barocco”, 1977

domenica 22 marzo 2026

A proposito...di anime sensibili


Le anime sensibili hanno bisogno di riposo,

pause, silenzio.

Di ascoltarsi, di incontrarsi,

di non sentirsi sole nella loro diversità.

Hanno bisogno di bellezza, di armonia,

di scambi autentici e profondi,

di essenze pure,

per ricaricarsi e poter così continuare

a dare luce al mondo.

Hanno bisogno di musica vera,

di fiori, di alberi da abbracciare,

di vivere con gli animali,

di cantare, di ridere, di leggerezza.

Hanno bisogno di fare ciò che amano,

perchè è ciò per cui sono venute.

Hanno bisogno di libri scritti con l'anima,

di esprimere la loro voce nell'arte,

come nell'azione, nella vita di ogni giorno.

Hanno bisogno di fare ciò in cui credono,

ciò che per loro ha davvero un senso,

di fare dei loro pensieri le loro azioni,

di coerenza fra ciò che sentono e ciò che

mettono in pratica ogni giorno.

Hanno bisogno di comunicare con tutte le creature,

in modo libero e personale,

di imparare a distinguere le voci delle loro Guide,

degli antenati, degli spiriti liberi della Terra.

Hanno bisogno di imparare a fidarsi, a leggere i segni,

a distinguere le energie sottili della natura,

degli elementi e di tutti gli esseri.

Hanno bisogno di lottare e difendersi,

quando è necessario, senza sensi di colpa,

di imparare a schermarsi, a proteggersi, a dire no.

Hanno bisogno di immedesimarsi nel vento,

di farsi abbracciare dall'acqua,

di scoprire i sentimenti dei cristalli,

di scaldarsi ad ogni fuoco che incontrano,

per riuscire ad equilibrare la loro emotività.

Ma soprattutto,

hanno bisogno di capire che la loro sensibilità

è il loro vero, ancestrale, scintillante

e indomabile potere.


Alessandra Pallanca

domenica 8 marzo 2026

Corrado Govoni: "Naufragio"


Naufragio


Sul mio capo di naufrago

galleggiante sul mare nero della vita

afferrato a una tavola sfasciata

materna culla

vedo ancora ondeggiare le stelle

come un tenero ramo di mandorlo.

Luce di fuori mondo

o vertigine

degli abissi incantevoli del nulla?


Corrado Govoni 

venerdì 6 marzo 2026

Emily Pauline Johnson tradotta da Emilio Capaccio


THE LIFTING OF THE MIST

All the long day the vapours played 

At blindfold in the city streets, 

Their elfin fingers caught and stayed 

The sunbeams, as they wound their sheets 

Into a filmy barricade 

‘Twixt earth and where the sunlight beats.

A vagrant band of mischiefs these,

With wings of grey and cobweb gown;

They live along the edge of seas,

And creeping out on foot of down,

They chase and frolic, frisk and tease

At blind-man’s buff with all the town. 

And when at eventide the sun

Breaks with a glory through their grey,

The vapour-fairies, one by one,

Outspread their wings and float away

In clouds of colouring, that run

Wine-like along the rim of day.

Athwart the beauty and the breast

Of purpling airs they twirl and twist,

Then float away to some far rest,

Leaving the skies all colour-kiss’t—

A glorious and a golden West

That greets the Lifting of the Mist.

Emily Pauline Johnson (1861-1913)

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L’ALZATA DELLA NEBBIA
Le nebbie hanno giocato tutto il giorno
A mosca cieca nelle vie della città,
Con dita d’elfo hanno stretto
I raggi del sole, attorcendo i loro veli
In una barricata caliginosa
Tra la terra e dove barbaglia la luce.
Schiera vagabonda di dispettose,
Con ali bigie e vesti di ragnatela;
Vivono lungo i bordi dei mari,
E strisciano fuori ai piedi delle colline,
S'inseguono, folleggiano, punzecchiano,
Giocherellano a mosca cieca con la città.
E quando, al calar della sera, il sole
Irrompe fulgente attraverso il loro grigio,
Le fate del vapore, una dopo l’altra,
Spiegano le ali e fluttuano via
In nuvole di colore che scorrono
Come vino lungo il bordo del giorno.
Attraverso la bellezza e il petto dell’aria
Purpurea, girano e s'attorcigliano,
Poi volano via verso un lontano riposo,
Lasciando il cielo tutto baciato dai colori—
Un glorioso e dorato occidente
Che accoglie l'alzata della nebbia.

Traduzione di Emilio Capaccio

giovedì 5 marzo 2026

"Dintorni", di Borges


Dintorni

I cortili di antica certezza,

i cortili ugualmente fondati

sulla terra e nel cielo.

Le finestre con le loro inferriate

attraverso le quali la strada

diviene familiare come un lume.

Le camere profonde

dove il mogano arde in quieta fiamma

e lo specchio dai tenui barbagli

sta nell’ombra come una laguna.

Gli oscuri crocevia

che trafiggono quattro infinite

distanze in sobborghi silenziosi.

Ho nominato i luoghi

dove la tenerezza ci travolge

e sono solo, solo con me stesso.

Jorge Luis Borges

lunedì 2 marzo 2026

Luigi Epicoco sul Padre Misericordioso

Ci viene sempre da pensare che il protagonista principale della parabola del figliol prodigo sia appunto questo figlio minore che va via da casa sperperando il patrimonio di suo padre e vivendo come se proprio quest’ultimo fosse morto, infatti l’eredità ai tempi di Gesù la si poteva chiedere solo alla morte del proprio genitore. Ma la verità è che il protagonista di questa storia è l’amore di un padre che tenta in tutti i modi di farsi vicino ai drammi dei propri figli, sia che essi siano esteriori, come capita per i guai che gli combina il figlio minore, sia che essi siano interiori così come riguarda l’infelicità repressa del figlio maggiore. Amare è sempre difficile, ma Dio cerca di farsi spazio nelle nostre vite sempre, sia quando vanno a rotoli in maniera evidente, sia quando sono un inferno di solitudine che uno prova dentro di sé. Vivere la misericordia è considerare questo Padre più importante dei propri peccati, e più importante delle proprie frustrazioni. È ridare a Lui il primato relativizzando tutto ciò che ci ha condotti fuori strada. Troppo spesso rischiamo di rimanere in ostaggio dei nostri errori, o in ostaggio delle nostre paranoie interiori. Dio, dice Gesù, è un Padre che esce e va incontro a tutti qualunque cosa essi vivano, perché lo scopo di Dio non è salvare il patrimonio o la faccia, ma vedere chi ama felice. Sono le parole che Gesù mette in bocca al padre della parabola per spiegare al figlio maggiore la vera logica della gioia di chi ama: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.


Epicoco

Pensieri di Simone Weil...

Da MISTICA DEL LAVORO


L’esclave est celui à qui il n’est proposé aucun bien comme but de ses fatigues, sinon la simple existence.


La grandeur de l’homme est toujours de recréer sa vie. Recréer ce qui lui est donné. Forger cela même qu’il subit.


!!!

L’éternel seul est invulnérable au temps. Pour qu’une œuvre d’art puisse être admirée toujours, pour qu’un amour, une amitié puissent durer toute une vie (même durer purs toute une journée peut-être), pour qu’une conception de la condition humaine puisse demeurer la même à travers les multiples expériences et les vicissitudes de la fortune — il faut une inspiration qui descende de l’autre côté du ciel.

S.Weil

lunedì 23 febbraio 2026

Intervista a Francesc Torralba Roselló

Francesc Torralba Roselló (Barcelona, 1967) es uno de los pensadores cristianos más influyentes del panorama actual: filósofo y teólogo, catedrático de Ética en la Universitat Ramon Llull, padre de familia numerosa y autor de una extensa obra dedicada a las grandes preguntas sobre el sentido, el sufrimiento, la libertad y Dios.


En 2023 fue distinguido con el Premio Ratzinger, considerado el «Nobel» de la teología, en reconocimiento a una trayectoria que integra la tradición judeocristiana y el debate intelectual contemporáneo en diálogo con la cultura de hoy.


Su último libro, Anatomía de la esperanza (Destino), con el que ha ganado el 58.º Premi Josep Pla de prosa, es un ensayo que explora, desde la filosofía, la literatura y la experiencia personal, los mecanismos que sostienen el espíritu humano cuando todo parece derrumbarse. Lejos de un optimismo ingenuo o de un pesimismo apocalíptico, Torralba propone pensar la esperanza como virtud exigente, que requiere tiempo, comunidad, paciencia y compromiso, en un contexto marcado por guerras, crisis económicas, fragmentación social y confusión moral.


En esta conversación con El Debate, el pensador barcelonés aborda la diferencia entre esperanza humana y esperanza teologal, el combate interior entre la voz que invita a rendirse y la que empuja a seguir luchando, el desencanto de muchos jóvenes ante un futuro precario y el papel decisivo de los testigos silenciosos que sostienen la vida cotidiana lejos de los focos.


Defiende que sin sueños realistas, compartidos y trabajados en comunidad, la sociedad se atomiza y se instala en la desesperación; y concluye con una invitación clara: no dejar de soñar ni de implicarse, incluso cuando todo parece perdido.


–Lo primero que me gustaría es que explicara brevemente qué es Anatomía de la esperanza: qué concepto de esperanza recoge el libro y qué ha querido aportar que no encontraba en otros ensayos.


—Es un libro que trata de diseccionar en qué consiste esta virtud que llamamos esperanza. Intento desarrollar los elementos que la constituyen como quien disecciona un cuerpo humano: la pelvis, la tibia, el peroné, la rótula… Solo que, en el caso de la esperanza, hablamos de un valor, de una realidad intangible. Y ahí está la dificultad: cómo hacer la disección de una virtud.


Para mí hay al menos tres elementos constitutivos. Por un lado, la esperanza tiene siempre que ver con la categoría de posibilidad: una persona esperanzada es alguien capaz de entrever posibilidades en la realidad, en la sociedad, en la familia, en los alumnos. Si no hay posibilidad, no hay esperanza. En segundo lugar, tiene que ver con el futuro: no es algo inmediato, sino confiar en que un bien arduo puede hacerse realidad más adelante, a pesar de obstáculos, adversidades y dificultades. Y, finalmente, remite al bien: la esperanza es siempre confianza en un bien arduo, no en cualquier cosa. Todo esto requiere tiempo, paciencia y tolerancia a la espera; no es inmediato.


Hoy sufrimos lo que llamamos una cultura de la inmediatez: tecleamos y lo tenemos todo: una pizza, un libro, una serie o una canción. La esperanza, en cambio, es confiar en que el bien puede hacerse realidad en el futuro, pero sin que sea algo inmediato ni seguro. No es una evidencia, es una confianza, pero no una garantía de seguridad.


- En un mundo marcado por guerras, crisis económicas y confusiones culturales y morales, ¿qué significa esperar cristianamente sin caer ni en la ingenuidad ni en un apocalipticismo fácil?


- A veces se identifica esperanza con ingenuidad: ser ingenuo, mal informado, casi pueril o infantil. Yo lo que quiero es reivindicar la esperanza precisamente porque contempla que habrá contrariedades. No es la mirada del niño que dice: «Todo es bonito, todo es bello, todo es fácil, todo se consigue sin esfuerzo».


En la esperanza uno sabe que el bien arduo es arduo: es difícil acabar una carrera, sacar adelante un negocio, salir de una adicción, educar a los hijos, tener un piso en Barcelona, todo es difícil. Pero la esperanza es la confianza en que hay posibilidades. Lo que ocurre es que esta esperanza no es solitaria: requiere ayuda de los demás.


Vivimos en sociedades muy atomizadas e individualistas, y por tanto es fácil caer en la desesperación, porque, si yo solo no puedo, me hundo. La esperanza exige creatividad —preguntarse «¿qué podríamos hacer?»— y cooperación: yo no lo veo, pero tú lo ves; tú, ¿cómo lo has hecho?, ¿cómo has salido del atolladero? Donde hay ayuda mutua y comunidad de apoyo, es más fácil mantener la esperanza. Donde hay soledad, una persona sola frente a un problema grande, es fácil que se hunda.


Por tanto, la esperanza no es ingenuidad: contempla las contrariedades, pero confía en que, con ingenio, creatividad y cooperación, será posible reconstruir, será posible desarrollar el proyecto. La historia está llena de ejemplos: pensemos cómo estaba Europa al acabar la Segunda Guerra Mundial, cómo estaban Berlín o Dresde, y en qué ciudades se han convertido. O pensemos en Gaza hoy: quien tiene esperanza afirma que eso puede ser muy distinto en el futuro, pero no vendrá solo. La esperanza exige implicación, compromiso y vinculación, y eso también nos falta. Vivimos en la sociedad de la desvinculación y de la pasividad: «No hay nada que hacer, todo está perdido, ¿para qué implicarme?». Eso nos hace muy débiles.


- ¿Qué papel tiene la fe en la esperanza para usted?


- Creo que hay que distinguir dos tipos de esperanza. En el libro destaco, ante todo, la esperanza como valor humano transversal, que no es patrimonio exclusivo de la religión cristiana, ni de la judía, ni de la musulmana. De hecho, aparecen muchos pensadores ateos, como Camus, que defienden la esperanza. La cita que abre el libro es precisamente de Camus, que se definía como ateo, y dice: «Cuánta esperanza hay en el corazón humano».


Por tanto, la esperanza de la que hablo en el libro es, en primer lugar, un valor humano transversal que toda persona necesita para desarrollar un proyecto: familiar, empresarial, social, académico, científico. Luego está la esperanza como virtud teologal —fe, esperanza y caridad—, que es otro tipo de esperanza: la esperanza en la vida eterna, en la resurrección, en un juicio final, en el encuentro con los seres queridos en la vida de gloria. Esa se relaciona directamente con la fe.


Pero la esperanza como valor humano es imprescindible para cualquiera que empieza algo. Cada año tengo muchos alumnos que empiezan primero de Medicina: tienen la esperanza de llegar a ser médicos. Luego puede venir una guerra, una pandemia, una crisis, un accidente… pero de entrada hay una confianza: «Puedo llegar a ser médico, psicóloga, economista, abogado». Eso no será inmediato: requiere tiempo, tenacidad, compromiso, y no hay seguridad absoluta, porque pueden ocurrir mil eventualidades. Por tanto, es independiente de la fe religiosa; es un valor humano transversal que nos pone en dinamismo y actividad.


Francesc Torralba


- En el libro habla de un combate interior entre desesperación y esperanza. ¿Cuándo ha sentido con más fuerza ese combate en su propia vida?


- Empiezo el libro diciendo que existe un combate interior entre una voz que dice: «No hay nada que hacer, todo está perdido», la voz del desesperado, y otra voz que afirma: «Puedes hacerlo, puedes cambiar, puedes conseguirlo». Hay situaciones en que vence una y pierde la otra, y a la inversa.


No siempre sabemos dónde está la raíz de esa voz que te anima a seguir trabajando. Pero es evidente que, tras un fracaso familiar, académico o laboral, esa voz puede decirte: «Tú puedes, tienes que seguir luchando». En el ámbito educativo, por ejemplo, con algún alumno expulsado cinco veces, cuya madre y padre están desesperados, uno se pregunta: «¿Qué vamos a hacer con este alumno?». Y entonces aparece la pregunta: «¿Y si hiciéramos algo distinto? ¿Y si cambiáramos la estrategia? Quizá conseguiríamos algo».


La esperanza tiene mucho que ver con la creatividad, con la imaginación y con entrever nuevas posibilidades que no habíamos visto, para luego ensayarlas. A veces llega la frustración porque tampoco se encuentra solución. Por eso es tan importante que no sea un combate solitario. Uno ve algo que el otro no ve: «Probemos». Si estás solo, ves lo que ves, y a veces ves muy poco.


- Usted afirma que sobran cínicos y faltan testigos de esperanza. ¿Qué gestos concretos hacen creíble hoy la esperanza en medio del desencanto social?


- Lo digo porque lo que observamos en muchos líderes es cinismo: personas que ya no creen en nada, que han dejado de confiar y que básicamente luchan por su supervivencia política o económica, por su estatus.


En cambio, hay testigos de esperanza que trabajan en lugares muy desconocidos y muy oscuros, y tratan de ser luz. Pienso, por ejemplo, en personas que acompañan a grupos de alcohólicos que han recaído cinco veces en su adicción, y están allí ayudando a que otros salgan de esa esclavitud. O en quienes trabajan con personas atrapadas por la droga o la ludopatía. O en quienes se implican con familias en situación económica muy precaria, buscando empleo o una vivienda social.


Hay miles de testigos anónimos que no aparecen en las redes, ni en las páginas de los periódicos, ni en los telediarios, y que se dejan la piel para mejorar la vida de los demás. El problema es que a menudo nos hacemos una idea de la realidad solo a partir de las noticias que nos llegan. Un ejemplo: que un profesor de instituto abuse de una adolescente de 13 años es noticia. En cambio, que miles de profesores y maestros, de lunes a viernes, se dejen la piel para que sus alumnos aprendan, tengan valores y forjen su futuro, eso no es noticia, pero son la inmensa mayoría.


Por tanto, hay que tener cuidado a la hora de interpretar la realidad únicamente desde las malas noticias. Si no, uno se desespera. Conozco personas que han decidido no consumir noticias, aislarse, vivir en una especie de burbuja, porque los estímulos que reciben son corrosivos. Mientras tanto, hay miles de enfermeras, educadores sociales, médicos y profesores que se dejan la piel para construir futuro, y nunca aparecen en los diarios o en las redes. Ellos son testigos de esperanza.


- Hay mucho desaliento y desánimo, especialmente entre los jóvenes, que ven muy difícil sacarse una carrera, encontrar trabajo o emanciparse. Desde su reflexión, ¿cómo se puede despertar la esperanza en la juventud?


- Este tema me afecta directamente, porque casi cada semana trato con unos 300 jóvenes. Llevo 32 años en la universidad. Comparto, por tanto, el diagnóstico: hay un clima de desánimo que se extiende como un virus, de desaliento, escepticismo, desencanto, casi desesperación. «Mire, profesor, no hay nada que hacer», te dicen.


La imagen que muchos tienen es muy negativa: tener un piso en Barcelona es imposible, conseguir un contrato que no sea basura también, tener una relación sólida es imposible, las relaciones son volátiles —«hoy estoy contigo, mañana no lo sé»—. Además, consumen muchas series distópicas: el mundo que viene será terrible, por el cambio climático, la inteligencia artificial, las guerras, los populismos, los discursos de odio…


¿Cómo se construye un discurso sobre la esperanza? En primer lugar, generando confianza: sí que podéis, pero no solos. En soledad, llorando en la cocina o en el sofá, no cambias nada. Las cosas han cambiado en la historia cuando ha habido implicación, colectividad, grupos y asociaciones que han empujado transformaciones. Así se logró el derecho de la mujer al voto, los derechos de los trabajadores, el reconocimiento de la dignidad de las personas con discapacidad, por poner algunos ejemplos.


En segundo lugar, hay que subrayar que el cambio no es inmediato: la lucha es larga. Unos siembran y otros recogen. Nosotros recogemos lo que otros sembraron hace muchos años. El sistema de educación universal, público y gratuito en España, por ejemplo, es una novedad histórica: hoy todo niño está en la escuela hasta los 16 años, puedan o no pagar sus padres. ¿Cómo se ha logrado? Con sangre, sudor y lágrimas.


Por eso creo que hay que generar confianza y conciencia de que el cambio es posible, y vincularlo a un valor llamado constancia: tenacidad y perseverancia.


- Anatomía de la esperanza bebe de la filosofía y la literatura, pero también, imagino, de la fe. ¿Qué autores le han acompañado más al escribir este libro?


- En la bibliografía recojo fielmente a todos los autores de referencia. Sobre la esperanza hay pensadores fantásticos. Citaré tres que me han acompañado especialmente.


En primer lugar, Gabriel Marcel, filósofo francés existencialista, cristiano, conocido como el filósofo de la esperanza en París y en Francia. En segundo lugar, un filósofo marxista heterodoxo, Ernst Bloch, autor de El principio esperanza, un libro extraordinario. Y, en tercer lugar, Albert Camus, con El mito de Sísifo.


Luego hay muchos más. Citaré dos recientes: El espíritu de la esperanza y La esperanza o la travesía de lo imposible, de Corine Pelluchon. Afortunadamente, el siglo XX ha dejado textos muy sólidos sobre la esperanza, escritos por autores que padecieron muchas calamidades: algunos judíos, otros expulsados, perseguidos, encarcelados, y que, aun así, no perdieron la esperanza.


Me merecen mucha confianza porque, además de escribir filosóficamente de forma solvente, sus biografías no fueron fáciles. Mantener la esperanza cuando todo se desmorona es realmente lo ejemplar y lo difícil. Cuando todo va bien, es muy fácil tener esperanza.


Francesc Torralba, ganador del premio Ratzinger 2023, el rector de la CEU UCH, Higinio Marín, y el capellán Domingo Pacheco, en la inauguración de la Cátedra de Teología Joseph Ratzinger

Francesc Torralba, ganador del premio Ratzinger 2023, el rector de la CEU UCH, Higinio Marín, y el capellán Domingo Pacheco, en la inauguración de la Cátedra de Teología Joseph RatzingerIrene Bernad



- El libro parte también, por lo que se intuye, de su experiencia de desesperación y del silencio de Dios. ¿Qué ha aprendido espiritualmente en esos momentos de oscuridad?


- Este no es un libro sobre el duelo. Sobre el duelo he escrito dos libros muy recientes, a raíz de la muerte de mi hijo de 26 años: No hay palabras y La palabra que me sostiene. Con ellos di por cerrado el tiempo de duelo. Son libros que me ayudaron a mí y veo que ayudan a muchas personas en duelo.


En Anatomía de la esperanza no trato el duelo, sino la desesperación. La desesperación es la ausencia total de posibilidades, la antítesis de la esperanza. Una persona se desespera cuando no ve ninguna posibilidad de encontrar piso, de salir de una adicción, de encontrar trabajo, de educar a su hijo, de rehacer un matrimonio. El resultado extremo de la desesperación es la autodestrucción, el suicidio: cuando uno no ve salida, tiende a desaparecer del mundo.


La esperanza, en cambio, es entrever posibilidades. Pero cuando uno vive en desesperación, hay oscuridad total. En ese punto, la intervención del otro es clave: de otra persona que haya pasado por esa oscuridad y pueda decirte: «Hay salida». Tiene que haber pasado por ahí; si no, el otro responderá: «Tú no sabes lo que estoy viviendo».


Pensemos en alguien que sufre adicción al alcohol. Lo ha intentado cuatro veces y ha recaído cuatro veces: se desespera. Pero llega otro que también fue alcohólico y le dice: «Yo recaí diez veces, pero salí. Tú puedes salir». Ese tiene autoridad moral porque ha pasado por ese «viernes santo», por esa oscuridad.


El que ha pasado por ahí puede convertirse en ejemplo para los demás. Vale para quien se ha quedado en silla de ruedas, para quien ha perdido a un ser querido y ya no quiere vivir más, para quien piensa en tirarse por la ventana. El hecho de que otros hayan podido asumir ese golpe y rehacer su vida puede ayudar. Luego hay que explicar cómo: qué te ha ayudado a salir del atolladero, qué has leído, si has ido a un grupo de duelo, si te ha ayudado la Biblia… Cada uno sabrá, pero compartir ese camino puede ser decisivo.


- Si una persona agotada, desencantada, que aún no le ha leído, solo pudiera quedarse con una frase de su libro para recordar cuando todo parece perdido, ¿cuál le gustaría que fuera?


- Le diría lo siguiente: «No podemos dejar de soñar. No podemos dejar de soñar, a pesar de que los sueños no siempre se cumplen, pero cuando uno deja de soñar, está muerto». Está en la ciudad, pero como un residuo humano, en un estado casi vegetativo. Si no hay sueños, proyectos u horizontes, esa persona está muerta.


Cada uno define su horizonte, pero yo insistiría en que hay que vencer el desánimo y aprender a soñar, proponiéndose sueños que no sean imposibles, sino que nos estimulen a actuar. No tiene que ser ganar el Nobel o unos Juegos Olímpicos, sino, por ejemplo, aprender a bailar, aprender a escribir correctamente o poder tener una relación estable. Sueños que nos impulsen a luchar.

mercoledì 11 febbraio 2026

Poesie...di Carmela Laratta


 

Impigliata nel buio della tua assenza

so molte cose adesso:

l'incompiutezza del dolore, 

la cancellazione progressiva 

della parte certa del nostro volto,

la folle traversata del tempo

ridotto a segreto ingarbugliato

che mostra rughe e perde zolle

centrali di memoria

-poi prende pillole per ricordare 

almeno i nomi-

sopra il grembiule macchie 

di pomodoro,

sull'anima aloni incancreniti scrivono 

che di tramonti si può persino morire


dilaga l'eterea banalità degli azzurri 

-universale come l'ipocrisia-

ma io muto colore

-muto colore 

e cado-


****


Quando si spazzano via parole nude

e senza gesti, - otri vuoti-

troppo grandi e fasulle

per stare in equilibrio da sole...

e la mente fruga negli ultimi alibi

rimasti da ricordare

- i più recenti, infiocchettati

da mistificazioni d'uomo

che salta come canguro

tra i suoi piaceri e non si ferma mai, ingordo di miserrima compiacenza,

là, proprio là,

una donna inizia - sottovoce-

il suo canto alato di resistenza.

Minuta o gigantesca, bionda

o rossiccia, giovane o anziana,

intona il dolore desolato

nella radura di pupille velate

e fiere, lo sverna nell'inchiostro

delle grandi madri, abbassa

le tapparelle, accende il lume

e si avvia verso la luna.

Dove c'è il pallore di una ferita,

ne sfilaccia i bordi contusi,

ne guarda a lungo la porta,

afferra il cuore nelle mani

che hanno tanto accarezzato,

e passa il Confine.

Quando una donna è dall'altra parte delle macerie, non torna indietro.

Il ramo potato resta a terra,

ignorato e corroso dall'acqua,

nel grembo balbuziente della dimenticanza,

graffiato dai becchi insulsi

che verranno dopo di lei...

perché un viandante benedetto

non sbaglia il verso della freccia.

Persino nell'ombra,

nel deserto spinoso, nell'onda

infingarda, conosce sempre

la strada, il santuario possente

e rigoglioso della rinascita.


Carmela Laratta

martedì 10 febbraio 2026

"Più in là"...di Piera Oppezzo

 


Più in là

ci aspettano le foglie morte;

fermiamoci:

qui c’è profumo di rose.

Basta che tu non respiri

perché il futuro muoia.

Così tutto finisce

prima d’aver pianto.

Neanch’io respiro più.


PIERA OPPEZZO

un brano di Katie Kamara sul "non detto"...


Ci vuole un raro tipo di anima per sollevare intuitivamente un'altra dall'oscurità senza bisogno di brillare.
Per andare incontro alla disperazione non con dottrina, ma con presenza.
Questa non è l'opera della prestazione, è la fatica invisibile dell'amore.
L'atto di ascoltare, profondo e senza un'agenda, è forse uno degli ultimi atti sacri rimasti in un mondo sovraccaricato di rumore.
Perché in quel silenzio si entra generosi, aperti e senza affrettare una guarigione.
Si entra non con sermoni. Non con ricette mediche.
Si entra nel riconoscimento. E si sussurra un quieto: "Non sei solo. Ti vedo. Non distoglierò lo sguardo".
Si, c'è ancora chi resta, fermo, morbido, luminoso.
Non conduce con certezza. Guida con coerenza.
Non salva, ma ricorda.
Ci sono anime che percepiscono il non detto, sentono gli spazi tra le parole e tessono frammenti di intuizione di linee temporali, ferite e quiete rivelazioni che agli altri mancano.
Offrono incoraggiamento alla soglia precisa del collasso, senza ego, senza intrusione.
Hanno la sottile arte di armonizzazione tra intuizione e intelletto, tra empatia radicale e discernimento fondato.
Hanno la capacità di tracciare la logica nascosta del divenire, di direzionare il caos senza affrettare la chiarezza.
Questa forma di tenuta non è facile da insegnare.
Viene coltivata attraverso il dolore trasfigurato in saggezza, attraverso un sistema nervoso addestrato a restare regolato mentre è tra le fiamme di un altro.
Non cercano applausi. Cercano impatto.
Creano entusiasmo non come fuga, ma come accensione.
Ricordano all'altro la sua capacità di sentire, di creare, di scegliere ancora.
Questa è l'essenza dell'alchimia relazionale.
Non è bypass spirituale. È ostetricia esistenziale.
E forse è proprio questa la frontiera a cui ci avviciniamo come specie: un mondo dove la guarigione non è più immersa nelle professioni, ma riconosciuta come abilità civica.
Dove il terapeuta e il mistico, l'allenatore e la sacerdotessa, l'anziano e l'empatico, contribuiscono tutti a un nuovo lessico di cura.
Dove tenere lo spazio è mantenere il potere di dentro, non sopra, ma con.
E in questa economia del cuore, la moneta più preziosa è la capacità di trasmutare il dolore in presenza.
A chi già percorre questo sentiero, senza copione, senza riflettori, eppure con grazia sconcertante, grazie a voi. Ebbene a voi. Che siete i silenziosi architetti di una nuova umanità. Non salvatori. Non guru. Ma specchi. Ponti. Scintille.
Non guidate semplicemente gli altri a se stessi. Ma ricordate loro che non si sono mai persi veramente.
Katie Kamara

domenica 8 febbraio 2026

Robin Hyde tradotto da Emilio Capaccio

   

ACQUA CORRENTE

Siedo accanto a un piccolo ruscello ombroso
e cerco di dire a parole i miei pensieri su di te.
È inutile.
Le acque correnti fremono, chiamano, scintillano,
l'acqua corrente luccica nella mia mente,
azzurra libellula.
Gli iris sono dolci di pioggia mezzo dimenticata.
Le loro teste scure si chinano sotto diademi di rugiada,
un petalo cade e, come una barchetta,
s’aggrappa mentre affoga dove galleggiano i giunchi gialli.
Le acque con morbide dita lo trascinano a fondo.
Così, una a una, le mie fantasie-petalo affogano,
e tutte le parole non nate
cadono, fluttuano, affondano, come uccelli feriti.
Le acque fredde si chiudono su di loro. Grigio argento,
le acque correnti le portano via.


Traduzione di Emilio Capaccio
*
RUNNING WATER
I sit beside a little shadowy stream,
and try to tell in words my thoughts of you.
It is in vain.
The running waters quiver, beckon, gleam,
the running water glitters through my brain,
dragon-fly blue.
The irises are sweet with half-forgotten rain.
Their dark heads bend beneath their diadems of dew,
one petal falls, and, like a little boat,
clings drowning where the yellow rushes float.
The waters with soft fingers draw it down.
So, one by one, my petal fancies drown,
and all my unborn words
fall and flutter and sink, like wounded birds.
Cool waters close above them. Silver-grey,
the running waters hurry them away.

Robin Hyde (1906-1939)

Ah Signore...di Patrizia Valduga


 Ah Signore pietà, Cristo pietà,

per quest’anno di vita irredimita,

del suo sangue nel mio sangue, pietà,

della carne nella terra incarnita

fino a ansimare, per pietà, pietà!,

che vivo la sua vita seppellita,

che vivo inutilmente e inutilmente,

e la parola mi si perde o mente.

Ah padre mio, non faccio che tremare,

e stare dentro me col mio dolore,

piangermi in te, piangermi in te e tremare.

Ti prego, aiutami, pensa al mio cuore,

fammi uscire da me, fammi trovare

favole di pietà, versi d’amore…

Versi d’amore come ai miei vent’anni!

Padre, il mio cuore compie oggi due anni.

Oh, prima ch’io ritorni là con te,

fammi avere qualcosa da portare,

un piccolo qualcosa dentro me,

e non quest’ansia sola, e questo ansare.

Fa’ che possa portarti dentro me

qualcosa perchè possa ritornare

e dirti, padre: «Vedi che ho vissuto:

in me il tuo cuore, no, non si è perduto».

«Patrizia, adesso basta! Per favore.

Vuoi farla eterna quella stomatite?

E la tua forza d’animo? Di cuore?…

Basta con quelle ghiandole impazzite!

Non ricordi? È d’altro che si muore…

Adesso vivile le nostre vite!»

Papà, dimmelo ancora, è così vero…

Ridimmelo, ravvivami al mio vero.

Ecco, papà, io non so dare un nome

a questa nebbia che mi fuma intorno

e che mi nasce dentro e non so come

e mi impedisce la luce del giorno,

e senza nome vivo nel tuo nome,

nella tua luce che non fa più giorno

dal millenovecentonovantuno,

dal due dicembre, al sole di Belluno.

Oh! Angeli del tempo, vi scongiuro,

ridategli il suo volto e la sua voce,

ditegli di venire al limbo oscuro

dove fluisco verso la mia foce;

che senta la sua voce, vi scongiuro,

senza più tempo, senza terra e croce,

che non mi senta più così insensata

quando la mente si sarà calmata.

Papà, ho la rettocolite ulcerosa:

intercedi, proteggi, benedici.

Sanguino sempre, sempre più paurosa

del mio sangue, di tutto… Benedici.

E nella mente dove c’è ogni cosa

tornerò a quando eravamo felici,

stringerò la tua mano che conduce

al coraggio, e nel regno della luce.

Sono poveri versi di preghiera,

reliquia miserabile e funesta,

per sposare quell’alba alla mia sera

nella mia testa, in quello che mi resta

della testa, perchè ogni gioia vera

è stata solo dentro la mia testa,

e scrivo sangue invece di parole:

ritorna, alba di viole. Alba di viole!

Se ti avessi ascoltato quella volta,

io cocciuta, cocciuta ed incosciente,

la giovinezza che mi è stata tolta

me la sarei goduta corpo e mente.

Ma la maturità perchè mi è tolta?

Papà, io vivo vergognosamente

vecchia e malata e sempre adolescente

matta di un sogno che non vuol dir niente.

Palpito d’ali al limite del volo,

tu, palpito di piume tutto ali,

per questo giorno, per un giorno solo,

cavami via da questi criminali,

portami un po’ di giorno, un senso solo

in questa notte postuma di mali,

ché neanche la speranza mi è concessa,

ché vivo come ai piedi di me stessa.

(da "Requiem", Einaudi 2002)