domenica 24 maggio 2026

La Pentecoste...secondo Don Tonino Bello

 la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità.

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.


sabato 23 maggio 2026

Autopsia...di Maura Baldini

AUTOPSIA

Guardare consuona con ardire. 

Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà. 

Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa. 

Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita. 

Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità. 

E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa. 

Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla. 

Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita. 

Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci. 

Questo cadavere cosa è? È verità. 

Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo. 

La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero. 

Nel frattempo, osservo l’ippocastano. 

Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.

Maura Baldini

giovedì 21 maggio 2026

Don Antonello Lapicca

Basta aprire un quotidiano, accendere la televisione, ascoltare un notiziario. Che cosa emerge subito dentro di noi? Pensieri, giudizi, rabbia, paura. Ci arruoliamo idealmente in una fazione, ci schieriamo con una parte politica, emettiamo verdetti, ci indigniamo. Accade quasi sempre. E così, magari senza accorgercene, restiamo irretiti dal mondo, ne respiriamo le ideologie, pur cercando di seguire il Signore. Quando la realtà non obbedisce ai desideri, ai progetti e alle ideologie, il mondo senza Dio si fa dio e fabbrica salvatori, falsi profeti e cattivi maestri. Scambia il bene con il male e il male con il bene, seguendo le menzogne del demonio. Così scarta il figlio nel grembo, elimina il malato quando costa, consegna i ragazzi agli schermi per sedarne l’angoscia, affida alla tecnica il figlio che non arriva, alla legge il rancore, al potere il sogno di una vita senza limiti. Ma questa menzogna non resta fuori di noi. Anche noi, davanti a una realtà che non riusciamo ad addomesticare perché sazi il cuore e realizzi i nostri desideri, ci indigniamo, ci adiriamo e, dimenticando Dio, ci sostituiamo a Lui. Elaboriamo la nostra scienza, inventiamo la nostra tecnica, costruiamo il nostro piccolo potere: abortiamo una speranza quando chiede sacrificio, pratichiamo l’eutanasia di una relazione quando ci delude, spegniamo un figlio con pretese e giudizi, cancelliamo un collega dal cuore, trasformiamo la salute in idolo, la casa in bunker, gli affetti in possesso, persino la Chiesa in un luogo che deve darci ragione. Eppure la pace non arriva, anzi. Perché non siamo stati creati per modellare un paradiso in terra su misura della nostra carne ferita dal peccato. Siamo nati per vivere da figli di Dio, liberi per amare. E proprio perché questo ci è impossibile, Dio si è fatto carne per salvare e trasformare la nostra carne. Lo Spirito Santo non abita gli ideali, le ideologie, le battaglie dell’ego che cerca di affermare se stesso. Cerca la nostra carne stanca, impura, ferita. Perché, come scrive Tertulliano, “la carne è cardine della salvezza”. Gesù l’ha assunta, l’ha portata nella morte, l’ha liberata dal peccato e l’ha trasfigurata con la risurrezione, rendendola capace di entrare nel Cielo, nella comunione piena con il Padre. L’ha resa capace di accogliere lo Spirito Santo, che sigilla in noi la Verità e ci consacra, cioè ci separa dal mondo perché possiamo vivere nella Verità e testimoniarla al mondo. Siamo nel mondo, ma non del mondo, perché il sangue di Cristo ci ha riscattati e purificati da ciò che avvelena il cuore. Per questo Gesù non chiede che siamo tolti dal mondo per rinchiuderci un'elite che giudica senza misericordia, ma custoditi dal maligno per annunciare senza paura il Vangelo al mondo. Senza annacquamenti. Nella Chiesa siamo custoditi e allevati dalla Parola, dai sacramenti e dalla comunione, perché si compia in noi il Vangelo. Un cristiano ama il nemico, si offre per lui, diventa martire della Verità per salvare chi è schiavo della menzogna. Nell’amore e nell’unità che lo Spirito compie nella comunità cristiana appare nel mondo la Verità che smentisce la divisione del demonio. Anche oggi il Signore ci manda nel mondo come ha mandato il Figlio: ultimi e piccoli, non per modellarlo o rifarlo, ma per salvarlo con l’amore, nella carne redenta e nella storia che ci dona. Che cosa c’è di più grande di questa missione? Che cosa può riempirci della gioia di Cristo più che compiere la volontà del Padre, perché ogni uomo sia salvato? Nulla.

Nella casa...di Maria Liscio

 

NELLA CASA

Mi parve che ci fosse

tanto calore in te

da poterne scaldare

tutta una vita.

E invece non era che una vampa

rapida,

fatua fiamma

se appena annotti.

Ora ti offro la brace

della mia pena,

quella pietà

di cui non sei capace

e poso la mia mano

sui tuoi occhi inquieti di scontento.

Cruccioso inamovible

rifiuti il dono.

Siamo

in una casa di strette mura

a girarci

come mondi

ciascuno per un’orbita lontana.

Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021)

martedì 12 maggio 2026

La poesia secondo Isabella Bignozzi


Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato.

La poesia aiuta la postura verticale: lo sguardo attento, il sincero incanto, la dismissione di ogni concupiscenza e prevaricazione; l’arte poetica può aiutare a riaccendere, incontrandole nella luce interiore, le adorabili cose che esistono: persino il dolore, cratere cupo, scarlatto, è nel centro del petto come un continuo battesimo, a ricordarci di essere vivi, poter amare ancora. Sentire pienamente: stare immobili. Non sottrarsi ma accogliere. È qui la salvezza.

Scavandoci e creando alveo, acquisiamo l’oggetto amato – o temuto, patito – per assimilazione, sottraendo spazio a noi stessi. Affetto come atto d’intellezione, conoscenza come atto d’amore: nella contemplazione vi è reciprocità tra ardore e intendimento: Ubi amor, ibi oculus.

Ogni forma d’arte sia garbata, leale all’Essere: alluda simbolicamente, concisamente, nell’unità che solo lo Spirito può donare. Affinare l’intelletto vale soltanto a salire più in alto, sulla via dell’attenzione purissima, che è sinonimo di preghiera (Weil). Il vero non si può esprimere pienamente con alcuna tecnica artistica. Ma si può percepire per un attimo: con nudità, nell’umiltà.

Isabella Bignozzi