sabato 10 ottobre 2026

Sul cambiamento....

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐢𝐬𝐜𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐞, 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐢 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐠𝐢𝐨 𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐭𝐞.

Non perché la tua guarigione sia una minaccia, ma perché le tue ferite, le tue paure e i tuoi conflitti, a volte, erano diventati il terreno sul quale qualcun altro aveva costruito le proprie comodità.

Finché avevi paura di deludere, potevano chiederti qualsiasi cosa. Finché cercavi approvazione, bastava un loro giudizio per farti dubitare di te stesso. Finché avevi bisogno di essere amato, eri disposto persino ad abbandonarti pur di non perdere qualcuno.

Ma poi accade qualcosa. 

Cominci a riconoscere il tuo valore, a rispettare i tuoi confini, a non tradire più te stesso per conservare un legame. 

E proprio quando ti aspetteresti che le persone a te vicine festeggiassero la tua rinascita, alcune iniziano a guardarti come se fossi diventato un estraneo.

Sei cambiato. Non te ne frega più nulla. Adesso pensi soltanto a te stesso.

Queste sono le parole che pronunciano. Ma, a volte, dietro quelle parole si nasconde un messaggio che non hanno il coraggio di confessare nemmeno a se stessi:

Non sei più come faceva comodo a me.

Ed è proprio qui che devi prestare attenzione, perché questo è uno dei passaggi più delicati di ogni autentica trasformazione interiore. 

Potresti essere tentato di tornare indietro, di rimpicciolirti ancora una volta, di indossare nuovamente la vecchia maschera pur di non perdere l'affetto di chi ti circonda.

Ma ricorda: non ogni legame che si spezza è una perdita. A volte è semplicemente una forma di vita che non può più accompagnare ciò che stai diventando.

Nella prospettiva della legge di affinità e risonanza, quando cambia la tua energia, cambia anche il modo in cui entri in relazione con il mondo. 

Non perché tu diventi superiore a qualcuno, ma perché ciò che un tempo ti attraeva potrebbe non rispecchiare più la tua nuova coscienza.

Alcune persone si allontaneranno. 

Altre, forse, impareranno a conoscerti di nuovo. E proprio nello spazio lasciato da ciò che non risuona più con te, potranno nascere incontri, relazioni e legami più autentici, nei quali non dovrai rinunciare a te stesso per sentirti accolto.

Perciò osserva, veglia e sii presente. Non trasformare ogni critica in un attacco, né ogni allontanamento in un tradimento. Impara a distinguere chi soffre perché sta imparando a conoscerti di nuovo da chi pretende che tu rimanga prigioniero della persona che eri.

E soprattutto, quando arriverà la tentazione di tornare indietro per non perdere qualcuno, ricorda una cosa:

Non sei venuto al mondo per rimanere fedele alle tue ferite, ma per scoprire chi puoi diventare quando smetti di vivere attraverso di esse.

"LIBRO CONSIGLIATO IL SACRO VIAGGIO DELL'ANIMA"

~ Alessandro D'Adamo ~

venerdì 9 ottobre 2026

il pensiero paranoico

In 𝘗𝘢𝘳𝘢𝘯𝘰𝘪𝘢. 𝘓𝘢 𝘧𝘰𝘭𝘭𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢, Luigi Zoja parte dalla psicopatologia individuale per interrogarsi su ciò che accade quando un modo paranoico di pensare diventa collettivo. Al centro c’è una convinzione difficile da mettere in discussione: 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗹𝗲 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼, da qualcuno che minaccia, perseguita o complotta contro di noi.

Il pensiero paranoico tende così a costruire un nemico e a organizzare intorno a lui una spiegazione coerente della realtà. Il dubbio si riduce, le coincidenze diventano prove, ciò che contraddice la convinzione viene reinterpretato per confermarla. Zoja mostra come questo meccanismo possa oltrepassare il singolo individuo e diffondersi nei gruppi, fino a diventare una forza capace di orientare comportamenti collettivi e processi storici. 

Pensiamo a quando, in un momento di conflitto, cominciamo a leggere ogni gesto dell'altro come conferma di ciò che già temiamo, e diventa sempre più difficile accogliere un’interpretazione diversa.

Per la 𝘗𝘴𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘗𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰, il punto più interessante è forse proprio questo: 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗲́può favorire la proiezione all’esterno di paure, conflitti e aggressività. Non ogni sospetto è paranoia, naturalmente; ma quando perdiamo la capacità di dubitare delle nostre certezze, il confine tra interpretare la realtà e costringerla dentro una spiegazione può diventare sottile.

Lo consiglio a chi desidera comprendere la paranoia non solo come fenomeno clinico, ma come modalità del pensiero capace di attraversare gruppi e società, e a chi vuole riflettere sul valore del dubbio.

𝗗𝗼𝘁𝘁. 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗼

venerdì 11 settembre 2026

Miriam legge poesia

POESIE REGISTRATE E PUBBLICATE su LIMINA MUNDI
https://liminamundi.com//?s=miriam+bruni&search=Vai


Nina Cassian - La tentazione
 
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.

***

Adriano Sansa

Rapidissimo il tempo ci ha raggiunti
mentre eravamo nel cavo del muro
al riparo dal vento. Tutto intorno
le foglie rivoltate degli ulivi
e sul crinale la luna incipiente.
Non siamo stati in guerra, da bambini
solo una volta abbiamo avuto fame:
il mondo è stato mite nel complesso
lasciandoci così solo alla morte.

***

Piera Badoni

Addio,
ti lascio la mia voglia di vivere,
di amare e di conoscere il mondo,
forse sarei stata una buona mamma
in una piccola casa con un piccolo orto
ma il destino mi ha lasciato un giardino infinito
e mille strade.

***

Diego Valeri

Si cammina sul filo degli anni
da esperti funamboli.
È un difficile andare ma si va.
E intanto il mondo, attorno,
muta faccia e colore. Senza posa
ogni creata cosa
in poco d'ora ci diventa strana.
E con le cose ci mutiamo noi,
d'oggi in domani.
Solo sta fermo nel fondo di noi
quel nostro tempo primo,
l'infanzia, all'ombra della madre, sotto
il crocifisso piccolo di avorio.

***

Silvana stremiz, Anima

A volte sento di non appartenere a questo mondo;
l'anima mia vaga senza posa tra deserti vasti
e praterie.
Il tempo trascorre e vola via senza spazio
per i sogni,
e scorre sulle mie stagioni ingiallite
così come la mia mano su questi versi
inutili.
Di fronte a me la città illuminata a giorno,
nella notte.
Le infrastrutture d’acciaio,
le auto
veloci e scintillanti, come dardi di fuoco,
nella notte.
Le insegne dei bar, la gente che passa nella sua gelida indifferenza
milioni di anime che passano lentamente
nella notte.
Ma i miei occhi vedono il passo furtivo di un gatto
randagio.
Ed il mio cuore sente un fiore che sboccia in una piccola aiuola.
Forse per questo mi sembra d'essere
un poeta.

***

Antonia Pozzi, Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.
Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

***

Jules Supervielle, La mer


È tutto quello che avremmo voluto fare
e non abbiamo mai fatto,
È chi ha voluto prendere la parola
e non ha trovato la parola giusta,
Tutto quello che se ne è andato
senza rivelarci il suo segreto,
Quello che possiamo toccare e persino scavare
con il ferro senza mai raggiungerlo,
Quello che si è fatto onde e poi ancora onde
perché si cerca senza trovarsi,
Quello che è diventato schiuma
per non morire del tutto,
Quello che si è trasformato in scia di qualche secondo
per il gusto fondamentale dell’eterno,
Quello che avanza negli abissi
e non salirà mai in superficie,
Quello che sale in superficie
e teme gli abissi,
Tutto questo e altro ancora,
Il mare.

***

Karin Boye
(Traduzione di Valeria Marcheschi)

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.
Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.
Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

***

Pioggia – Alice Silvia Morelli

Mi cerchi dal cielo,
senza avviso,
come chi scopre
la soglia segreta del sonno.

Goccia dopo goccia
mi disarmi,
entri nei polsi —
clessidre lente —
nelle pieghe dell’attesa.

Non sei tempesta:
sei tatto che cade,
sei pelle che ride
sotto dita d’acqua.

Un alfabeto liquido
che riscrive i confini,
una finestra d’aria
tra profumi e colori.

Pioggia.
Mi lasci intrisa
di silenzi buoni,
di respiri che aprono
i polmoni.

***

Testamento - Anna Santoliquido


lascio in eredità ai passeri
le emozioni represse
riscalderanno il nido
proteggeranno la specie
al falco lascio le visioni
e l’ampiezza della fantasia
aggiungeranno estro al volo
lo rallegreranno al vespro
al cerro e alla quercia
lascio l’intimità dell’opera
li aiuterà a sopportare il gelo
e le barbarie
alla vigna lascio le idee acerbe
matureranno con il sole
saranno aglianico
e brindisi
alla luna lascio un sentimento mai nato
sarà incanto e resurrezione
dovrà covarlo con l’energia della scienza
e la genuinità dei semplici
al fuoco e alla neve
lascio l’impeto del linguaggio
e la brina delle liriche
alimenteranno la tenerezza
al fiume e al ruscello
lascio la liquidità dei segni
scorreranno fino a quando l’uomo
difenderà il creato
al cielo e ai bimbi
lascio i colori della scrittura
le rime e le assonanze
e i mulinelli dell’innocenza
al nulla lascio la pena
i grumi di sangue
l’ansia delle doglie
e l’inquietudine
ai poeti lascio il dilemma
la giovialità del percorso
e la purezza delle pagine
li tramanderanno ai posteri
alle parole lascio una carezza
soave come il miele di acacia
grata per la fedeltà
e la battaglia

***

Maura Baldini

Il fuoco è spento, il corpo un tonfo -
nell’aria voci armate,
lingue smarrite, inanimate.
Così spendiamo il tempo
blandendo il buio
benedicendo il bolo di silenzio
sbocciato nella bocca.
Contro il metallo corre la scure
della notte a incensare
il sacrificio irreversibile del bianco.
Il passo incespica,
è ormai segnato - nell’apice
si assiepa un desiderio contrito:
scagionare la spina
sanguinare contro il cielo.

***

Ombre d'ali, Ada Negri

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell'anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell'aria. Ombre, ombre d'ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, più dell' ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d'un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin che io veder potrò quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole
(forse un tempo io le dissi a chi m’amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.

***

Se tu sapessi - Carmela Laratta

Se tu sapessi la tristezza immane
di navigare a vuoto senza meta,
di ricucire le ore lacerate
quando le mani non le senti più
a furia di picchiare contro il muro,
verresti ad aiutare questa tela
d’ una Penelope che aspetta
il batticuore
di scorger la tua sagoma lontana
che si avvicina, ma tu non tornerai.
Se tu sapessi quanto è ruvida la scena
che si ripete a ogni angolo di ciglia, quanto mi schiaccia questa storia incanutita
che scrive trafiletti di memoria
sulla dimora del sale in rimanenza
dopo che il mare prosciugato
da mestizie
diventa un tavoliere, una radura,
verresti a rimpinguare il gaio specchio
di un’ acqua pura che rifiuta ogni sigillo,
nell’ orizzonte che tu non colmerai.
I pesci con la coda verderame
mi sono testimoni delle volte
che il cannocchiale della misericordia
stende le braccia avanti e afferra il vuoto.
Se tu sapessi quant’ è stretta questa stanza
quando riscrivo il battito del sangue
che sembra un vecchio zoppo mentre arranca,
raccoglieresti la tua coda solitaria
e impareresti a correre da me.
Non riesco a fare finta che il profilo
del corpo tuo rotondo che disegno
sopra il cuscino quando mi addormento
consoli il movimento della vita.
Mi giro, ad occhi aperti.
Non rispondi.
La grazia del ricordo non mi basta.

mercoledì 2 settembre 2026

I poeti...secondo Franca Alaimo


 Gli incustoditi

I poeti sono gli incustoditi.
Nemmeno gli angeli li riparano
da venti e bufere perché sanno
che devono attraversare il dolore
per diventare testimoni del vero.
Il loro dono è un flauto
bello ma tremendo:
ad ogni stonatura il mondo
trema e vacilla perdendo la misura.
I poeti sono gli incustoditi
perché non c'è recinto che possa
esiliarli nel poco dell'apparente.
Si avventurano spesso
con i loro bagagli di nuvole e niente
nel profondo dei boschi
là dove tutto comincia nell'ombra e
la voce del vento compone
muovendo le foglie
la musica segreta di un altrove.
Prima di andarsene salutano
con un inchino grazioso e innocente
-come quello che si insegna ai bambini-
la prigione quotidiana
di norme, riti e moniti insipienti.

Franca Alaimo

giovedì 27 agosto 2026

Cinque poesie di Bruno di Pietro



ma quale origine gli vuoi trovare
a quell’affanno che ci ha fatto soli
chi cerca nella terra chi nei voli
il nome il segno il modo di parlare
 
se appartiene al silenzio allo sguardo
al fruscìo dei salici in ritardo
sull’autunno narrare il volere
di te di noi in queste lunghe sere:
 
chiamarti è la deriva degli intenti
se non so dirti il poco né l’intero
(le parole confessano indigenti
la poca confidenza con il vero)




Inclinano all’esistere anche i sassi
lucidi per il tempo per i passi
che sono consueti sostenere
inclinano all’esistere le sere
d’estate e l’odore intenso del timo
c’è un conato di vita nel primo
mattino nel chiaro arancio negli ori
nei canti del risveglio responsori
fra mormorio e silenzio nella cura
dell’albero a sfogliarsi per paura
(cospirano le cose a un solo scopo
dirti che non sei aquila ma topo)




qualcosa mi riporta a quella tana
riposa la certezza nella vana
rincorsa a ciò che è stato consistenza
ma se il passato è tutta l’esperienza
la reticenza sul futuro è vizio
riduce decadenza nell’incanto
complice inverno e il buco del solstizio
disdice l’invadenza dell’impianto
il nocciolo l’impegno quotidiano
il giorno che s’annulla nell’invano
(il passato non passa ma è indecente
che qui non passi nemmeno il presente)



Cala l’ultimo sole.
Sulla riva i bambini giocano.
Saltano i sassi lanciati
sulle acque calme del mare.
Mi accompagna verso la scogliera
un’ombra invisibile.
Annuncia una luce nascosta.
Fra gli scogli c’è un passaggio.
Al mattino sarò su un’altra spiaggia
un altro mare.



Luglio romano
è abbaglio di fontane
fra poche ore
Signore
saprò se sei uno o trino
prima mi toglieranno
l’ingombro del pensiero
e dopo avere detto e disdetto
di una cosa vorrei essere sicuro:
che domani sarò a te vicino
sia tu uno o trino
io Francesco Pucci fiorentino


Bruno di Pietro