Amo la terra
come in viaggio
il luogo straniero,
e non diversamente.
Così la vita mi tesse
piano al suo filo
in una trama sconosciuta.
All’improvviso,
come il commiato in viaggio,
il grande silenzio irrompe nel telaio.
Gennaio 1954
PIANETA MIRIX: Soggetto, Verbo e Complementi
Amo la terra
come in viaggio
il luogo straniero,
e non diversamente.
Così la vita mi tesse
piano al suo filo
in una trama sconosciuta.
All’improvviso,
come il commiato in viaggio,
il grande silenzio irrompe nel telaio.
Gennaio 1954
FIORITURE II
La morte è ciò che accade
quando il tempo stanco di coniugare il nostro nome
lo affida al silenzio
perché impari un'altra grammatica
Il silenzio non è il contrario della presenza
Ci sono alberi che continuano a fare ombra
molti anni dopo essere stati abbattuti
Ci sono persone che soltanto cadendo
rivelano quanto cielo sostenevano
Perché morire non significa perdere
ma restituire:
il ferro delle vene, l'acqua degli occhi,
il respiro, un flauto che il vento
ci aveva lasciato per qualche stagione
( La cosa più strana sarà sempre
il cuore che continuerà a battere
in luoghi senza costole )
La morte ha un pudore che la vita non ha
Non trattiene niente
restituisce ogni volto alla sua materia
di luce e memoria
come il mare che cancella le impronte
senza insultare il cammino
È questo il suo segreto meno detto:
non strapparci dal mondo
ma liberarci dall'equivoco di credere
che il mondo ci appartenesse
Per questo non diventiamo assenza
ma la parte invisibile di ciò che abbiamo amato
come il peso della luna
che nessuno vede nell'acqua
eppure insegna al mare come respirare.
Emilio Capaccio
Tristan Derème (1889-1941)
IVRESSE
Le soleil a doré tes lèvres. Un bourdon
s’éveille et bat les murs. Prends ton sourire et ton
ombrelle; tu courras dans l’herbe fraîche. L’aube
est moins claire que ton visage et sur ta robe
le matin lancera des flèches de clarté.
Tout chante et nous marchons vers ce bois écarté
où nous vîmes des musaraignes. Une huppe
a crié. Cet ajonc va déchirer ta jupe.
Je t’aime. Je voudrais que tu dises: «Je suis
heureuse.» Ne ris pas. Les grillons grincent. Suis
le sentier, ne mets pas tes pieds dans la rosée.
Une mésange sur les ronces s’est posée.
Elle s’envole. Tu partis naguère. Mais
tes doigts cueillent le thym et les houx embaumés.
EBBREZZA
Il sole ha dorato le tue labbra. Un bombo
si ridesta e batte contro i muri. Prendi il tuo sorriso e il tuo
ombrellino; correrai nell'erba fresca. L'alba
è meno luminosa del tuo volto e sul tuo vestito
il mattino lancerà frecce di chiarore.
Tutto canta e camminiamo verso quel bosco appartato
dove vedemmo dei toporagni. Un'upupa
ha lanciato il suo grido. Questa ginestra ti strapperà la gonna.
Ti amo. Vorrei che tu dicessi: «Sono
felice». Non ridere. I grilli friniscono. Segui
il sentiero, non mettere i piedi nella rugiada.
Una cinciallegra si è posata sui rovi.
Vola via. Partisti non molto tempo fa. Eppure
le tue dita raccolgono il timo e gli agrifogli profumati.
Traduzione di Emilio Capaccio
la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.
Il complesso dell’ostrica
Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.
Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.
C’è poi il complesso dell’una tantum
E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.
Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.
E c’è, infine, il complesso della serialità.
Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.
Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.
Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.
AUTOPSIA
Guardare consuona con ardire.
Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà.
Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa.
Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita.
Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità.
E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa.
Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla.
Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita.
Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci.
Questo cadavere cosa è? È verità.
Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo.
La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero.
Nel frattempo, osservo l’ippocastano.
Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.
Maura Baldini