giovedì 29 gennaio 2026

Lucien Bunel, Giusto fra le nazioni

 SERVO DI DIO GIACOMO DI GESÙ

(Lucien Bunel), Sacerdote, Carmelitano Scalzo, Martire
Nella notte più oscura della storia umana la figura di padre Jacques di Gesù, al secolo Lucien Bunel, si erge luminosa. Nel degrado disumano dei campi di concentramento, per la forza del suo amore, per il dono di sé fino all’estremo, P. Jacques diventa il testimone della fede, colui che risponde alla chiamata di Dio nella sua vita, senza esitazione. Egli prega, non a parole, ma con tutta la sua carne e la sua anima. Nessuno riesce a soffocare in lui la fiamma della passione per la vera dignità dell’uomo. Egli condivide tutto ciò che è e tutto ciò che ha, aprendo il cuore e le mani a qualsiasi emergenza del fratello del quale si pone in ascolto sempre, instancabilmente, fino alla fine. La presenza dell’“altro” corre come un leitmotiv in tutta l’esistenza di P. Jacques: egli si occupa di colui che è “altro” a livello sociale, educativo o religioso. «Questa è la vita di un sacerdote. Dimenticare tutto, lasciare tutto, anche la vita per gli altri. Non esistere che per gli altri, che per far loro conoscere e amare Gesù».
Lucien Bunel nasce il 29 gennaio 1900 a Barentin, in Normandia, in una famiglia povera e laboriosa. A 12 anni entra al Seminario di Rouen. Allo scoppio della prima guerra mondiale dovrà interrompere gli studi per svolgere il servizio militare a Montlignon. Tornato in Seminario continua il suo lavoro di educatore all’Istituto S. Giuseppe di Havre. Spesso si ritira con Dio nel silenzio di una cappella di campagna o nella calma e nello splendore della creazione. «Come si sente vicino il buon Dio immersi nella natura!». Organizza visite alle abbazie, ai siti storici e più tardi, anche dei campi estivi per i bambini.
L’11 luglio 1925 è ordinato sacerdote. Accompagna i suoi scouts in Inghilterra, a Plymouth, e lì, durante la conversazione con il capo scout inglese, spiega una delle gioie del sacerdote cattolico: l’emozione che prova quando trasforma il pane, durante la Messa, nel Corpo di Cristo, trovandosi improvvisamente a faccia a faccia con Dio.
Il giovane soldato di Montlignon sognava di diventare un trappista, il sacerdote infaticabile di Havre aspira a diventare un carmelitano: scopre infatti che nel Carmelo è possibile essere un monaco e un apostolo. «Il Carmelo è proprio il mio ideale di vita religiosa: vivere in solitudine con Dio, in un contatto intimo con Lui; lasciare poi il chiostro per andare a portare Dio alle anime; farlo conoscere ed amare… e ritornare poi a ritemprarsi nell’orazione che è il cuore a cuore con Dio!... Il convento può far paura quando lo si vede dall’esterno. È tutto bagnato di luce, di pace e di gioia, quando ci si vive dentro».
Dopo anni di dolorosa attesa, anni imposti dal Vescovo della diocesi riluttante a lasciare partire questo sacerdote fuori dal comune, finalmente il 2 agosto 1931 Lucien entra al Carmelo di Lille.
Il 15 settembre 1932 riceve l’abito e il nome di Jacques de Jésus. «L’uomo vuole trovare la sorgente della vita, una vita piena, una vita infinita…Il Carmelitano Scalzo è alla sorgente della vita... I Carmelitani sono dei ricercatori di Dio. Come Elia, essi affondano nel silenzio e come lui, giorno e notte, essi contemplano Dio, di una contemplazione viva dove il cuore mangia Dio nell’oscura comunione della vita mistica. Non è la solitudine della sterilità, o il silenzio della pigrizia! Questa solitudine è popolata dalla ricca vita di Dio. Il silenzio è pieno dell’immensa voce di Dio».
I suoi Superiori gli affidano la creazione e la direzione di un piccolo collegio, dedicato a S. Teresa di Lisieux. Egli parte dal niente ma infonde un’ “anima” a questa casa, caratterizzata da un’atmosfera familiare di semplicità e di fiducia. Un insegnante esclama: «Moderno collegio, acqua, gas, elettricità… e P. Jacques su tutti i piani». Materialmente, moralmente, intellettualmente e spiritualmente, è proprio lui l’anima della casa: è tutto, si dona a tutti. Per P. Jacques l’istruzione ha un solo obiettivo: «Formare degli uomini... degli uomini liberi… dei santi». Egli risveglia nei giovani il “più” che è in ciascuno, li rende uomini capaci di sviluppare tutte le loro capacità, plasma le loro menti al “gusto del bello” attraverso una formazione letteraria, artistica e musicale. Egli ritiene che bisogna seguire il bambino sempre con tatto ed affetto. «La dolcezza è la caratteristica dell’azione pedagogica, è la disposizione radicale, lo stato d’animo permanente dell’educatore… non è debolezza… è una forza tranquilla, dà pace ed ispira sicurezza, dissipa il turbamento, scioglie l’angoscia».
La vera educazione mira a “liberare” progressivamente il bambino fino a farlo partecipare il più ampiamente possibile alla somma libertà di Dio. Santità e libertà vanno insieme. Egli insegna così ai suoi studenti il risveglio della vita interiore attraverso il silenzio e la contemplazione. “Una testa ben fatta" non è sufficiente se l’anima non è intrisa di spirito di servizio e non è collegata alla vita della grazia. Quando nel 1939 scoppia la guerra è chiamato come cappellano nell’esercito francese. Si mette a fianco di coloro che soffrono, di coloro che sono perseguitati: «se verrò fucilato rallegratevi, perchè avrò realizzato il mio ideale: dare la vita per coloro che soffrono». Tornato al Piccolo Collegio di Avon egli riprende il lavoro di insegnante e, in accordo con il suo Provinciale, ospita e nasconde sotto falso nome tre bambini ebrei per salvarli dalla deportazione.
Il 15 gennaio 1944 la Gestapo riunisce tutti gli studenti nel cortile. P. Jacques viene arrestato ma, prima di essere portato via, guarda gli studenti e grida loro: «Arrivederci ragazzi…A presto!» . I tre bambini ebrei moriranno poche settimane dopo nelle camere a gas di Auschwitz. Dal carcere di Fontainebleau P.Jacques passa a vari campi di concentramento: Compiègne, Sarrebruck, Mauthausen, Güsen. La sua personale missione di carmelitano fiorisce in un “chiostro” di sempre più grandi dimensioni. Di tappa in tappa, il suo cuore e il suo essere si infiammano di carità…«Non conosco che una legge: il Vangelo e la carità». Egli rifiuta così una liberazione comprata al soldo o la clandestinità e sceglie di seguire i suoi compagni di sventura, di farsi compagno di ciascuno di essi. «Abbiamo bisogno di sacerdoti nelle carceri», «Non voglio partire, ci sono troppi scontenti, troppe sofferenze, lo sento, bisogna che resti... Soffrire è il mio lavoro».
E la sua è una scelta coraggiosa: all’interno di un ambiente che non off re protezione o garanzie, si espone in prima persona per salvare chiunque venga oltraggiato, ebrei ed oppositori al regime, e non esita, a rischio della propria vita, a celebrare più volte l’Eucaristia. Discepolo di santa Teresina, ogni sera padre Jacques off re se stesso come vittima d’olocausto all’Amore misericordioso di Dio. Egli avverte l’urgenza di trasformare le baracche in un vero laboratorio di ecumenismo. Sotto il suo sguardo di compassione, i detenuti diventano una grande famiglia. Egli li incontra tutti, cattolici e comunisti, nella loro diversità, senza pregiudizi, senza preconcetti. «Non mi interessa, incontrare dei cristiani. Sono gli altri che mi piacerebbe incontrare». Davanti alla sporcizia ripugnante dell’infermeria, ottiene il permesso di occuparsene. «Egli pulisce i pazienti uno per uno, fa un lavoro sovrumano». La sua generosità e dimenticanza di sè è tale che anche Korff , nazista famoso per i suoi crimini, ne è come incantato: «Che uomo! Non ha che un difetto: quello di non essere nazista!».
Sopporta ogni disagio e ogni persecuzione per “fare il suo purgatorio in terra”. Si priva del riposo per ascoltare, consolare, confessare. «Non ho il diritto di avere più di chiunque altro, perché sono prete e devo dare l’esempio». Egli dona così il suo pane a coloro che sono affamati, offre il suo corpo sacerdotale, briciola dopo briciola, e soddisfa la sua piena dimensione di Eucaristia. Egli lotta per la dignità di ogni uomo, riesce a risvegliare il pensiero e la riflessione, aiuta a rimanere liberi interiormente, anche se il corpo è incatenato, annientato. «Quando si incontrava P. Jacques non si aveva più vergogna di essere uomini… La sua presenza era la prova del Dio vivente”. Egli trae la sua energia di vita e di donazione nella contemplazione di Cristo sulla Croce. “Non c’è dubbio, Cristo è qui, in mezzo a noi, come era sulla Croce, e si può contemplare». Il 5 maggio 1945, il campo è liberato dagli americani. P. Jacques è sempre più debole. Trasferito all’ ospedale di Linz, in Austria, si spegne lentamente. «Per gli ultimi istanti, che mi si lasci solo!»: queste sono state le sue ultime parole. Affetto da tubercolosi muore di stenti il 2 giugno 1945.
Per crucem ad lucem! Sine sanguine non fit redemptio! Qui facit veritatem venit ad lucem: «Con la Croce verso la luce! Senza effusione di sangue non c’è redenzione! Chi fa la verità viene alla luce». Queste ultime parole scritte ad un compagno al campo di Güsen sono una sorta di testamento spirituale che P. Jacques lascia ai suoi amici e ... a noi. Ciò che egli è stato... fratello, amico, sacerdote, infermiere, insegnante, apostolo... trova compimento nei campi dell’orrore.
Tutte le sfaccettature del suo essere si cristallizzano in una sola: egli è l’uomo che irradia Dio perché ha un solo tormento, il tormento di salvare l’uomo. Queste parole evocano il mistero pasquale di morte e risurrezione, lasciano l’ultima parola alla Vita. Quale forza di speranza nella più nera delle notti!
Il 9 Giugno 1985 lo Stato di Israele lo ha onorato come uno dei “Giusti tra le Nazioni”. Due anni più tardi, il regista francese Louis Malle ha reso omaggio al suo ex direttore nel film “Au revoir, les Enfants”. Il processo diocesano è stato aperto il 29 aprile 1997.

Mario Rivero tradotto da Emilio Capaccio

BILANCIO
È terribile non trovare dove andare…
Delle case alcune sono distrutte,
senza letto, al buio e con ragnatele,
con lebbre sui muri e spettri tristi,
altre si innalzano, false come una scenografia.
Del palazzo o della casa incantata
vediamo la tappezzeria lisa, antiquata.
Non c’è bellezza in quel luogo, non c’è mistero,
e continuiamo il nostro cammino isolato,
nel giardino gocciola la fontana della stanchezza.
Ci sono locande che non si aprono più per noi,
con le quali abbiamo perso ogni contatto,
quando, privi di scuse, cerchiamo,
titubanti come uno straniero,
o persino come mendicanti, lontani, estranei…
È terribile non sapere dove andare,
alla fine del giorno morto,
nell’ora in cui talvolta si beve o si uccide.
Scoprire che non c’è sentiero,
non c’è strada, non c’è porta a cui bussare,
nel sorriso fatuo del trionfo,
o nel povero finale, consumata la Casa dell’Anima.

Traduzione di Emilio Capaccio

*

Mario Rivero (1935-2009)

BALANCE
Es terrible no encontrar a dónde ir...
De las casas unas están destruidas,
sin lecho, a oscuras y con telas de araña,
con lepras en los muros y con espectros tristes,
otras se alzan tan falsas como un decorado.
Del palacio o la casa encantada,
la tapicería vemos gastada, anticuada.
No hay belleza en aquel lugar, no hay misterio,
y continuamos nuestro aislado camino,
en el jardín gotea el surtidor del cansancio.
Hay posadas que ya no se abren más por nosotros,
con las que hemos perdido el contacto,
cuando exentos de excusa, buscamos,
titubeantes como un extranjero,
o aun como mendigos, lejanos, extraños...
Es terrible no saber a dónde ir,
al final del día muerto
a la hora en que a veces se bebe, o se mata.
Encontrar que no hay sendero,
no hay camino, no hay puerta, donde llamar,
en la fatua sonrisa del triunfo,
o en el pobre final, consumida ¡la Casa del Alma!

Roddie Edmonds, Giusto fra le nazioni

 Un comandante nazista ordinò ai prigionieri ebrei di farsi avanti.

Invece, 1.275 uomini si mossero all’unisono e dissero:
“Qui siamo tutti ebrei.”
Gennaio 1945. La neve copriva la Germania. La Battaglia delle Ardenne era appena finita, lasciandosi dietro il più sanguinoso scontro per gli americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Migliaia di giovani soldati, molti poco più che ragazzi, erano stati catturati e condotti a marce forzate nei campi di prigionia, nel cuore del territorio nazista.
Lo Stalag IX-A, vicino alla città di Ziegenhain, era uno di quei luoghi.
Filo spinato, torrette, uomini che avevano smesso di credere che sarebbero tornati a casa.
Tra loro c’era il sergente maggiore Roddie Edmonds, 25 anni, di Knoxville, Tennessee. Era il sottufficiale di grado più alto nella sezione americana del campo. Responsabile di 1.275 prigionieri.
Poi arrivò l’ordine che avrebbe messo alla prova ogni suo valore:
il comandante del campo, il maggiore Siegmann, fanatico nazista, ordinò che l’indomani tutti i prigionieri americani di religione ebraica si facessero avanti durante l’appello.
Quegli uomini capirono subito. Non era un censimento.
Chi veniva separato come ebreo… non tornava più.
Le voci erano arrivate anche nei campi: deportazioni, sparizioni, campi da cui non si usciva.
Alcuni ebrei pensarono di obbedire, per risparmiare ai compagni cristiani punizioni o rappresaglie. Sapevano cosa significava sfidare un ordine nazista: botte, fame, pallottole.
Ma Roddie Edmonds fece un’altra scelta.
Quella notte, tra le baracche gelide, parlò agli uomini. Disse solo questo:
“Domattina, tutti avanti. Tutti.”
Non fu una richiesta. Fu un ordine.
Era un atto di fede nella più pericolosa delle verità: il coraggio è contagioso, quando qualcuno osa essere il primo.
L’alba arrivò grigia e tagliente. I prigionieri si schierarono.
Il maggiore Siegmann uscì aspettandosi di vedere una manciata di ebrei separati dagli altri. Facili da isolare. Facili da far sparire.
Invece vide qualcosa che gli mozzò il fiato:
1.275 uomini schierati insieme. Uniti.
Protestanti, cattolici, ebrei. Contadini dell’Iowa, operai di Detroit, studenti di New York. Tutti in piedi. Nessuno escluso.
Siegmann impallidì, poi diventò viola dalla rabbia. Si avvicinò a Edmonds.
“Non possono essere tutti ebrei!” urlò.
Roddie lo guardò dritto negli occhi. In piedi. Calmo. Fermo.
“Qui siamo tutti ebrei.”
Il comandante estrasse la pistola. Un clic secco, gelido.
La punta della Luger premuta sulla fronte di Edmonds.
“Ordina agli ebrei di farsi avanti, o ti sparo subito.”
Edmonds non indietreggiò. Non tremò. Non distolse lo sguardo.
“Secondo la Convenzione di Ginevra, possiamo dire solo nome, grado e matricola.
Se mi uccidi, dovrai uccidere anche tutti loro. E dopo la guerra, sarai processato per crimini di guerra.”
Il silenzio si fece insostenibile.
Il dito di Siegmann era sul grilletto.
Ma Edmonds sapeva una cosa: la guerra stava finendo. La Germania stava perdendo. Gli americani e i russi avanzavano. E i nazisti che avessero giustiziato prigionieri americani sarebbero finiti sulla forca.
Siegmann sapeva che era vero.
Abbassò la pistola. Tremante. Guardò quella massa di uomini che non si erano piegati.
Non disse una parola. Girò le spalle e se ne andò.
Quel giorno, duecento soldati ebrei rimasero vivi perché 1.275 uomini scelsero di non lasciarli soli.
La guerra finì. Edmonds tornò a casa, sposò la sua fidanzata, ebbe una famiglia. Visse una vita semplice.
Non raccontò mai cosa aveva fatto.
Non cercò medaglie.
Per lui non era eroismo. Era solo… fare la cosa giusta.
Morì nel 1985. Suo figlio, anni dopo, iniziò a indagare sul suo passato. E scoprì la verità. I sopravvissuti ricordavano tutto.
Quel mattino gelido. Quella frase. Quel sergente del Tennessee che, con un solo gesto, aveva insegnato che il coraggio non è l’assenza di paura.
È rifiutarsi di abbandonare il fratello accanto a te.
Nel 2015, Roddie Edmonds fu riconosciuto da Yad Vashem come Giusto tra le Nazioni.
Il primo — e unico — soldato americano ad aver ricevuto questo onore.
Ma lui l’onore più grande lo aveva già ricevuto:
duecento uomini poterono tornare a casa.
Perché quando l’odio pretese di scegliere chi meritava di vivere…
1.275 soldati risposero con la sola verità che conta: tutti.
“Qui siamo tutti ebrei” non fu solo sfida.
Fu una dichiarazione d’umanità.
Un modo per cancellare una linea disegnata dall’odio… semplicemente scegliendo di restare tutti dall’altra parte. Insieme.
Non è solo così che si batte il male.
È così che si diventa invincibili.
𝐕𝐢𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚

"Uno psicologo nei lager" - La vicenda di Viktor Frankl

Nel 1942, le guardie naziste spogliarono uno psichiatra di tutto il suo cappotto, il suo nome, il lavoro di una vita ma gli diedero per sbaglio la scoperta che avrebbe cambiato milioni di vite.

‎Le guardie all’ingresso del campo di concentramento fecero un calcolo. Rasero la testa all’uomo di 37 anni. Gli tatuarono un numero sulla pelle: 119.104. Poi trovarono un manoscritto cucito nella fodera della sua giacca anni di ricerche, le sue teorie, il lavoro di una vita.
‎Lo strapparono. Lo gettarono nel fuoco.
‎Ai loro occhi, avevano appena cancellato l’uomo. Credevano che, togliendogli la dignità, la professione e le sue parole, lo avessero ridotto a nient’altro che un corpo in attesa di spegnersi.
‎Si sbagliavano catastroficamente.
‎Avevano tolto a Viktor Frankl tutto ciò che possedeva. Ma lo avevano costretto involontariamente a scoprire l’unica cosa che non poteva mai essere portata via l’ultima delle libertà umane.
‎Viktor Frankl non aveva pianificato di trovarsi lì.
‎Mesi prima, a Vienna, aveva in mano un biglietto d’oro: un visto per l’America. Era uno psichiatra rispettato, con una crescente clientela e una moglie di nome Tilly che amava profondamente.
‎Il visto significava sicurezza. Significava una carriera. Significava la vita.
‎Ma il visto copriva solo lui non i suoi anziani genitori.
‎Rimase paralizzato dalla scelta. Se fosse partito, i suoi genitori sarebbero quasi certamente finiti nelle mani dei nazisti. Se fosse rimasto, li avrebbe raggiunti nei campi.
‎Poi la vide: un pezzo di marmo sulla scrivania di suo padre. Suo padre l’aveva recuperato dalle rovine di una sinagoga distrutta dai nazisti.
‎Vi era inciso un solo comandamento: "Onora tuo padre e tua madre."
‎Viktor lasciò scadere il visto. Rimase. E presto, arrivò il bussare alla porta.
‎Fu mandato a Theresienstadt, poi ad Auschwitz, poi a Dachau. Le condizioni erano concepite per uccidere non solo il corpo, ma l’anima.
‎Gli uomini dormivano in nove su un letto di legno. Erano nutriti con brodo acquoso e pane raffermo. Lavoravano nel fango gelido fino a collassare.
‎Ma, in qualità di medico, Frankl cominciò a notare qualcosa di strano: la morte non colpiva sempre prima i più deboli.
‎Uomini forti appassivano e morivano in pochi giorni. Uomini fragili, simili a scheletri, in qualche modo continuavano a svegliarsi mattina dopo mattina.
‎Frankl capì che gli uomini non morivano solo per il tifo o la fame. Morivano per mancanza di significato.
‎I medici del campo avevano persino un termine per questo: "sindrome della resa".
‎Seguiva uno schema prevedibile. Un prigioniero smetteva di lavarsi. Poi smetteva di muoversi. Poi faceva qualcosa che segnalava la fine: fumava le sue sigarette.
‎Le sigarette erano l’unica moneta nel campo potevano essere scambiate per una scodella extra di zuppa, che significava un altro giorno di vita.
‎Quando un uomo fumava le sue sigarette, stava segnalando che non gli importava più del domani.
‎Di solito, entro 48 ore, era morto.
‎Frankl sussurrò a se stesso le parole di Nietzsche: "Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come."
‎Così il prigioniero 119.104 iniziò una ribellione silenziosa, invisibile.
‎Non poteva salvare il suo manoscritto, così lo riscrisse nella sua mente. Mentre marciava nella neve con scarpe rotte, picchiato dalle guardie, lui non era lì. Era in una calda aula di Vienna, a tenere conferenze sulla psicologia del campo di concentramento a studenti immaginari.
‎Costrinse la sua mente a concentrarsi su un futuro che ancora non esisteva.
‎Pensava a Tilly. Non sapeva se fosse viva. Ma aggrappava la sua immagine. Intratteneva conversazioni mentali con lei. Ne vedeva il sorriso. L’amore che provava divenne un’ancora che le guardie non potevano toccare.
‎Cominciò ad aiutare altri a trovare le loro ancore. Si trascinava da uomini in lacrime e chiedeva: "Cosa ti aspetta?"
‎Un uomo aveva una figlia in un paese straniero. Un altro era uno scienziato con libri da finire. Frankl ricordava loro i compiti incompiuti delle loro vite.
‎Dava loro una ragione per rimanere in piedi per un altro appello.
‎Nell’aprile 1945, i campi furono liberati.
‎Viktor Frankl emerse alla luce, pesando 38 chili. Le sue costole sporgevano dalla pelle come una gabbia per uccelli.
‎Era libero. Ma la libertà portò notizie devastanti.
‎Tilly era morta. Sua madre era morta. Suo padre era morto. Suo fratello era morto.
‎Ogni singola persona per cui era rimasto, ogni persona che aveva sognato durante le lunghe notti, era sparita.
‎Era completamente solo.
‎Era il momento in cui avrebbe potuto finalmente soccombere. Invece, si sedette e cominciò a scrivere.
‎Scrisse con intensità febbrile, riversando il dolore, la perdita e le lezioni sulla pagina. Ricostruì il manoscritto che i nazisti avevano bruciato, ma aggiunse qualcosa di nuovo l’indiscutibile prova della sua esperienza.
‎Gli ci vollero nove giorni. Nove giorni per scrivere "Uno psicologo nei lager".
‎Non lo scrisse per fama. Originariamente voleva pubblicarlo in anonimo, usando solo il suo numero di prigioniero: 119.104. Non pensava che a qualcuno importassero i pensieri di un sopravvissuto.
‎Gli editori lo rifiutarono. Dissero che era troppo deprimente. Dissero che la gente voleva dimenticare la guerra.
‎Ma il libro trovò la sua strada nel mondo.
‎E accadse qualcosa di straordinario. La gente iniziò a leggerlo. Una vedova in lutto trovò la forza per alzarsi dal letto. Un uomo d’affari in bancarotta realizzò che la sua vita non era finita. Uno studente depresso trovò una ragione per restare in vita.
‎Il libro si diffuse di mano in mano, di paese in paese. Vendette milioni di copie. Fu tradotto in dozzine di lingue.
‎La Biblioteca del Congresso lo nominò infine uno dei dieci libri più influenti nella storia americana.
‎Viktor Frankl visse fino al 1997. A 67 anni, ottenne la licenza di pilota. Scalò montagne per tutta la vita tre sentieri difficili in Austria portano il suo nome. Si risposò e ebbe una figlia.
‎Visse una vita piena del significato che aveva lottato così duramente per definire.
‎Ma la sua eredità più grande non fu il libro in sé. Fu la lezione che riportò dall’abisso:
‎Puoi togliere tutto a un essere umano la sua ricchezza, la sua salute, la sua famiglia, la sua libertà.
‎Ma c’è una cosa l’ultima delle libertà umane che nessuna guardia, nessun governo e nessuna tragedia potrà mai portare via:
‎La libertà di scegliere il proprio atteggiamento in ogni data circostanza. La libertà di scegliere la propria strada.
‎I nazisti tentarono di ridurlo a un numero. Tentarono di farne una vittima della storia.
‎Invece, Viktor Frankl trasformò la sua sofferenza in una lente che aiutò milioni di persone a vedere la luce.
‎Ci mostrò che non siamo definiti da ciò che il mondo ci fa. Siamo definiti da ciò che facciamo con ciò che rimane.

"Chi sono io?" ...Con Dietrich Bonhoeffer

 

«Chi sono io? Spesso mi dicono

che esco dalla mia cella

disteso, lieto e risoluto

come un signore dal suo castello.

Chi sono io? Spesso mi dicono

che parlo alle guardie

con libertà, affabilità e chiarezza

come spettasse a me di comandare.

Chi sono io? Anche mi dicono

che sopporto i giorni del dolore

imperturbabile, sorridente e fiero

come chi è avvezzo alla vittoria.

Sono io veramente ciò che gli altri dicono di me?

O sono soltanto quale io mi conosco?

Inquieto, pieno di nostalgia, malato come uccello in gabbia,

bramoso di aria come mi strangolassero alla gola,

affamato di colori, di fiori, di voci d'uccelli,

assetato di parole buone, di compagnia

tremante di collera davanti all'arbitrio e all'offesa più meschina,

agitato per l'attesa di grandi cose,

preoccupato e impotente per l'amico infinitamente lontano,

stanco e vuoto nel pregare, nel pensare, nel creare,

spossato e pronto a prendere congedo da ogni cosa?

Chi sono io?

Oggi sono uno, domani un altro?

Sono tutt'e due insieme? Davanti agli uomini un simulatore

e davanti a me uno spregevole vigliacco?

Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione.

Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!»

Dietrich Bonhoeffer