domenica 8 febbraio 2026

Robin Hyde tradotto da Emilio Capaccio

   

ACQUA CORRENTE

Siedo accanto a un piccolo ruscello ombroso
e cerco di dire a parole i miei pensieri su di te.
È inutile.
Le acque correnti fremono, chiamano, scintillano,
l'acqua corrente luccica nella mia mente,
azzurra libellula.
Gli iris sono dolci di pioggia mezzo dimenticata.
Le loro teste scure si chinano sotto diademi di rugiada,
un petalo cade e, come una barchetta,
s’aggrappa mentre affoga dove galleggiano i giunchi gialli.
Le acque con morbide dita lo trascinano a fondo.
Così, una a una, le mie fantasie-petalo affogano,
e tutte le parole non nate
cadono, fluttuano, affondano, come uccelli feriti.
Le acque fredde si chiudono su di loro. Grigio argento,
le acque correnti le portano via.


Traduzione di Emilio Capaccio
*
RUNNING WATER
I sit beside a little shadowy stream,
and try to tell in words my thoughts of you.
It is in vain.
The running waters quiver, beckon, gleam,
the running water glitters through my brain,
dragon-fly blue.
The irises are sweet with half-forgotten rain.
Their dark heads bend beneath their diadems of dew,
one petal falls, and, like a little boat,
clings drowning where the yellow rushes float.
The waters with soft fingers draw it down.
So, one by one, my petal fancies drown,
and all my unborn words
fall and flutter and sink, like wounded birds.
Cool waters close above them. Silver-grey,
the running waters hurry them away.

Robin Hyde (1906-1939)

Ah Signore...di Patrizia Valduga


 Ah Signore pietà, Cristo pietà,

per quest’anno di vita irredimita,

del suo sangue nel mio sangue, pietà,

della carne nella terra incarnita

fino a ansimare, per pietà, pietà!,

che vivo la sua vita seppellita,

che vivo inutilmente e inutilmente,

e la parola mi si perde o mente.

Ah padre mio, non faccio che tremare,

e stare dentro me col mio dolore,

piangermi in te, piangermi in te e tremare.

Ti prego, aiutami, pensa al mio cuore,

fammi uscire da me, fammi trovare

favole di pietà, versi d’amore…

Versi d’amore come ai miei vent’anni!

Padre, il mio cuore compie oggi due anni.

Oh, prima ch’io ritorni là con te,

fammi avere qualcosa da portare,

un piccolo qualcosa dentro me,

e non quest’ansia sola, e questo ansare.

Fa’ che possa portarti dentro me

qualcosa perchè possa ritornare

e dirti, padre: «Vedi che ho vissuto:

in me il tuo cuore, no, non si è perduto».

«Patrizia, adesso basta! Per favore.

Vuoi farla eterna quella stomatite?

E la tua forza d’animo? Di cuore?…

Basta con quelle ghiandole impazzite!

Non ricordi? È d’altro che si muore…

Adesso vivile le nostre vite!»

Papà, dimmelo ancora, è così vero…

Ridimmelo, ravvivami al mio vero.

Ecco, papà, io non so dare un nome

a questa nebbia che mi fuma intorno

e che mi nasce dentro e non so come

e mi impedisce la luce del giorno,

e senza nome vivo nel tuo nome,

nella tua luce che non fa più giorno

dal millenovecentonovantuno,

dal due dicembre, al sole di Belluno.

Oh! Angeli del tempo, vi scongiuro,

ridategli il suo volto e la sua voce,

ditegli di venire al limbo oscuro

dove fluisco verso la mia foce;

che senta la sua voce, vi scongiuro,

senza più tempo, senza terra e croce,

che non mi senta più così insensata

quando la mente si sarà calmata.

Papà, ho la rettocolite ulcerosa:

intercedi, proteggi, benedici.

Sanguino sempre, sempre più paurosa

del mio sangue, di tutto… Benedici.

E nella mente dove c’è ogni cosa

tornerò a quando eravamo felici,

stringerò la tua mano che conduce

al coraggio, e nel regno della luce.

Sono poveri versi di preghiera,

reliquia miserabile e funesta,

per sposare quell’alba alla mia sera

nella mia testa, in quello che mi resta

della testa, perchè ogni gioia vera

è stata solo dentro la mia testa,

e scrivo sangue invece di parole:

ritorna, alba di viole. Alba di viole!

Se ti avessi ascoltato quella volta,

io cocciuta, cocciuta ed incosciente,

la giovinezza che mi è stata tolta

me la sarei goduta corpo e mente.

Ma la maturità perchè mi è tolta?

Papà, io vivo vergognosamente

vecchia e malata e sempre adolescente

matta di un sogno che non vuol dir niente.

Palpito d’ali al limite del volo,

tu, palpito di piume tutto ali,

per questo giorno, per un giorno solo,

cavami via da questi criminali,

portami un po’ di giorno, un senso solo

in questa notte postuma di mali,

ché neanche la speranza mi è concessa,

ché vivo come ai piedi di me stessa.

(da "Requiem", Einaudi 2002)

Una poesia di Sohrab Sepehri


 



Bisogna chiudere il libro.

Bisogna passeggiare

nell’orizzonte esteso dell’attimo,

osservare il fiore,

percepire l’ambiguità.

Bisogna correre fino in fondo all’Essere,

fino al profumo terrestre del Nulla,

alla congiunzione di albero e Dio.

Sohrab Sepehri




mercoledì 4 febbraio 2026

Il senso del mondo, secondo Ratzinger

 «Nella vita di Dio, nel suo essere per gli uomini senza riserva alcuna, si rende presente il senso del mondo, che si mostra a noi come amore: amore che ama anche me e, grazie all'ineffabile dono di un amore immune da ogni caducità, da ogni offuscamento egoistico, rende la vita degna di essere vissuta».

Joseph Ratzinger - da "Introduzione al Cristianesimo". Lezioni sul simbolo apostolico

Una poesia di David La Mantia


Sbagliano  strada  e  vengono da  me,

gli  occhi perduti  della  casalinga

che  non  sopporta  più  la  polvere,

i radar dei pipistrelli  impazziti

al rombo  degli  aerei, i  barbagianni

ciechi, i senza  casa,  le  comparse,

i micronizzati della  storia, pronti

a  sbagliare ancora ed  ancora, 

perché  sbagliare è  il nostro  destino 

e  la  strada  giusta per incontrarsi,

per dirsi  addio, per ritrovare

quel che  era, per ascoltare

le  parole che  non  devono

aver diritto  di parola.


David La Mantia