Impigliata nel buio della tua assenza
so molte cose adesso:
l'incompiutezza del dolore,
la cancellazione progressiva
della parte certa del nostro volto,
la folle traversata del tempo
ridotto a segreto ingarbugliato
che mostra rughe e perde zolle
centrali di memoria
-poi prende pillole per ricordare
almeno i nomi-
sopra il grembiule macchie
di pomodoro,
sull'anima aloni incancreniti scrivono
che di tramonti si può persino morire
dilaga l'eterea banalità degli azzurri
-universale come l'ipocrisia-
ma io muto colore
-muto colore
e cado-
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Quando si spazzano via parole nude
e senza gesti, - otri vuoti-
troppo grandi e fasulle
per stare in equilibrio da sole...
e la mente fruga negli ultimi alibi
rimasti da ricordare
- i più recenti, infiocchettati
da mistificazioni d'uomo
che salta come canguro
tra i suoi piaceri e non si ferma mai, ingordo di miserrima compiacenza,
là, proprio là,
una donna inizia - sottovoce-
il suo canto alato di resistenza.
Minuta o gigantesca, bionda
o rossiccia, giovane o anziana,
intona il dolore desolato
nella radura di pupille velate
e fiere, lo sverna nell'inchiostro
delle grandi madri, abbassa
le tapparelle, accende il lume
e si avvia verso la luna.
Dove c'è il pallore di una ferita,
ne sfilaccia i bordi contusi,
ne guarda a lungo la porta,
afferra il cuore nelle mani
che hanno tanto accarezzato,
e passa il Confine.
Quando una donna è dall'altra parte delle macerie, non torna indietro.
Il ramo potato resta a terra,
ignorato e corroso dall'acqua,
nel grembo balbuziente della dimenticanza,
graffiato dai becchi insulsi
che verranno dopo di lei...
perché un viandante benedetto
non sbaglia il verso della freccia.
Persino nell'ombra,
nel deserto spinoso, nell'onda
infingarda, conosce sempre
la strada, il santuario possente
e rigoglioso della rinascita.
Carmela Laratta