sabato 11 luglio 2026

Amo la terra..., di Hanna Arendt





Amo la terra

come in viaggio

il luogo straniero,

e non diversamente.

Così la vita mi tesse

piano al suo filo

in una trama sconosciuta.

All’improvviso,

come il commiato in viaggio,

il grande silenzio irrompe nel telaio.


Gennaio 1954

martedì 7 luglio 2026

Fioriture 2, di Emilio Capaccio


FIORITURE II

La morte è ciò che accade 

quando il tempo stanco di coniugare il nostro nome

lo affida al silenzio 

perché impari un'altra grammatica

Il silenzio non è il contrario della presenza

Ci sono alberi che continuano a fare ombra 

molti anni dopo essere stati abbattuti

Ci sono persone che soltanto cadendo 

rivelano quanto cielo sostenevano

Perché morire non significa perdere 

ma restituire:

il ferro delle vene, l'acqua degli occhi,

il respiro, un flauto che il vento 

ci aveva lasciato per qualche stagione

( La cosa più strana sarà sempre 

il cuore che continuerà a battere 

in luoghi senza costole )

La morte ha un pudore che la vita non ha

Non trattiene niente

restituisce ogni volto alla sua materia 

di luce e memoria

come il mare che cancella le impronte 

senza insultare il cammino

È questo il suo segreto meno detto: 

non strapparci dal mondo

ma liberarci dall'equivoco di credere 

che il mondo ci appartenesse

Per questo non diventiamo assenza

ma la parte invisibile di ciò che abbiamo amato 

come il peso della luna 

che nessuno vede nell'acqua 

eppure insegna al mare come respirare.


Emilio Capaccio

Tristan Derème tradotto da Emilio Capaccio

 

Tristan Derème (1889-1941)

IVRESSE

Le soleil a doré tes lèvres. Un bourdon

s’éveille et bat les murs. Prends ton sourire et ton

ombrelle; tu courras dans l’herbe fraîche. L’aube

est moins claire que ton visage et sur ta robe

le matin lancera des flèches de clarté.

Tout chante et nous marchons vers ce bois écarté

où nous vîmes des musaraignes. Une huppe

a crié. Cet ajonc va déchirer ta jupe.

Je t’aime. Je voudrais que tu dises: «Je suis

heureuse.» Ne ris pas. Les grillons grincent. Suis

le sentier, ne mets pas tes pieds dans la rosée.

Une mésange sur les ronces s’est posée.

Elle s’envole. Tu partis naguère. Mais

tes doigts cueillent le thym et les houx embaumés.



EBBREZZA

Il sole ha dorato le tue labbra. Un bombo

si ridesta e batte contro i muri. Prendi il tuo sorriso e il tuo

ombrellino; correrai nell'erba fresca. L'alba

è meno luminosa del tuo volto e sul tuo vestito

il mattino lancerà frecce di chiarore.

Tutto canta e camminiamo verso quel bosco appartato

dove vedemmo dei toporagni. Un'upupa

ha lanciato il suo grido. Questa ginestra ti strapperà la gonna.

Ti amo. Vorrei che tu dicessi: «Sono

felice». Non ridere. I grilli friniscono. Segui

il sentiero, non mettere i piedi nella rugiada.

Una cinciallegra si è posata sui rovi.

Vola via. Partisti non molto tempo fa. Eppure

le tue dita raccolgono il timo e gli agrifogli profumati.


Traduzione di Emilio Capaccio

domenica 24 maggio 2026

La Pentecoste...secondo Don Tonino Bello

 la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità.

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.


sabato 23 maggio 2026

Autopsia...di Maura Baldini

AUTOPSIA

Guardare consuona con ardire. 

Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà. 

Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa. 

Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita. 

Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità. 

E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa. 

Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla. 

Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita. 

Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci. 

Questo cadavere cosa è? È verità. 

Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo. 

La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero. 

Nel frattempo, osservo l’ippocastano. 

Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.

Maura Baldini