sabato 23 maggio 2026

Autopsia...di Maura Baldini

AUTOPSIA

Guardare consuona con ardire. 

Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà. 

Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa. 

Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita. 

Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità. 

E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa. 

Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla. 

Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita. 

Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci. 

Questo cadavere cosa è? È verità. 

Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo. 

La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero. 

Nel frattempo, osservo l’ippocastano. 

Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.

Maura Baldini

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