Visualizzazione post con etichetta pensieri da serbare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri da serbare. Mostra tutti i post

sabato 31 ottobre 2026

Imparare....secondo Yourcenar


 La cosa migliore per le turbolenze dello spirito è imparare. 

È l'unica cosa che non va mai male. Puoi invecchiare e tremare, anatomicamente parlando; puoi vegliare di notte ascoltando il disordine delle tue vene, può mancare il tuo unico amore e puoi perdere i tuoi soldi a causa di un mostro; puoi vedere il mondo intorno a te, devastato da pazzi pericolosi, o sapere che il tuo onore viene calpestato nelle fogne degli spiriti più vili. 

Si può fare solo una cosa in queste condizioni: imparare.

                                          Marguerite Yourcenar

giovedì 22 ottobre 2026

La solitudine...secondo Chico Buarque de Holanda

La solitudine non è la mancanza di persone con cui parlare, mangiare, 

passeggiare o fare l’amore.

Quella si chiama Carenza. 

La solitudine non è ciò che sentiamo per l’assenza di coloro che amiamo, 

e che non torneranno.

Quella si chiama Malinconia.

La solitudine non è il ritiro volontario che le persone, a volte, impongono a se stesse nel tentativo di ricostruire i propri pensieri.

Quello si chiama Equilibrio. 

La solitudine non è il claustro involontario che il destino ci infligge

affinché possiamo riappropriarci della nostra vita. 

Quello si chiama Principio di natura.

La solitudine non è il vuoto intorno a noi.

Quella si chiama Circostanza. 

La solitudine è molto più di questo.

La solitudine è ciò che arriva quando smarriamo noi stessi 

e girovaghiamo invano alla ricerca di quella che una volta 

è stata la nostra anima. 

Chico Buarque de Holanda


c’è la rapidità e c’è la lentezza...(José Tolentino Mendonça)

RAPIDITÀ E LENTEZZA

Nell’esperienza che facciamo della vita c’è la rapidità e c’è la lentezza. 

Ed esse coesistono in noi come realtà non necessariamente opposte, ma come l’argilla dove la vita è chiamata a scoprire la propria forma. 

Per capirlo, però, abbiamo bisogno di sapienza spirituale. Dobbiamo imparare ad affrontare quel che è rapido con cuore distaccato e, soprattutto, grato. 

La rapidità di tutto ciò che vorremmo vedere prolungarsi, ma così non avviene. La rapidità di un azzurro senza crepe. 

La rapidità della leggerezza. 

La rapidità dell’applauso. 

La rapidità dello stupore e del fascino. La rapidità dell’armonia senza turbamenti. La rapidità del puro incanto e della delizia pura. 

La rapidità di quel sentimento che a volte sperimentiamo quando vediamo che tutto è al posto giusto. 

La rapidità della musica di quella perfezione che fa risplendere all’unisono tutti gli esseri e le cose. Ma dobbiamo anche imparare a ringraziare per ciò che è lento. 

La lentezza delle attese più esigenti, 

la lentezza del costruirsi, la lentezza della contrarietà, la lentezza dei processi di cui non si vede subito l’esito, la lentezza delle domande che non trovano risposta immediata, la lentezza del dubbio che trafigge la sera, la lentezza della fatica, la lentezza del vuoto, la lentezza che pesa nelle mani, la lentezza della malattia, la lentezza della solitudine, la lentezza del lutto, la lentezza dei cammini che si snodano pieni di curve. 

José Tolentino Mendonça mercoledì 18 ottobre 2023, Avvenire.it

Come un grande albero...(C.P. Estes)

In tutte le donne, soprattutto quando entrano nell'età matura, alberga una forza sotterranea e invisibile che si esprime attraverso intuizioni improvvise, esplosioni di energia, acute percezioni, slanci appassionati: un impulso travolgente e inesauribile che le spinge ostinatamente verso la salvezza, verso la ricostruzione di qualsiasi integrità spezzata. 

Come un grande albero che, per quanto minacciato dalle malattie, colpito dalle intemperie, aggredito dalla furia dell'uomo, non muore mai ma miracolosamente e pazientemente continua a nutrirsi attraverso le proprie radici, si rigenera e rinasce per mantenere il proprio spirito vitale così da poter generare nuovi germogli cui affidare questa eredità inestimabile.

Clarissa Pinkola Estes 

La danza delle grandi madri

sabato 10 ottobre 2026

Sul cambiamento....

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐢𝐬𝐜𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐭𝐞, 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐫𝐞𝐢 𝐮𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐠𝐢𝐨 𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐟𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐭𝐞.

Non perché la tua guarigione sia una minaccia, ma perché le tue ferite, le tue paure e i tuoi conflitti, a volte, erano diventati il terreno sul quale qualcun altro aveva costruito le proprie comodità.

Finché avevi paura di deludere, potevano chiederti qualsiasi cosa. Finché cercavi approvazione, bastava un loro giudizio per farti dubitare di te stesso. Finché avevi bisogno di essere amato, eri disposto persino ad abbandonarti pur di non perdere qualcuno.

Ma poi accade qualcosa. 

Cominci a riconoscere il tuo valore, a rispettare i tuoi confini, a non tradire più te stesso per conservare un legame. 

E proprio quando ti aspetteresti che le persone a te vicine festeggiassero la tua rinascita, alcune iniziano a guardarti come se fossi diventato un estraneo.

Sei cambiato. Non te ne frega più nulla. Adesso pensi soltanto a te stesso.

Queste sono le parole che pronunciano. Ma, a volte, dietro quelle parole si nasconde un messaggio che non hanno il coraggio di confessare nemmeno a se stessi:

Non sei più come faceva comodo a me.

Ed è proprio qui che devi prestare attenzione, perché questo è uno dei passaggi più delicati di ogni autentica trasformazione interiore. 

Potresti essere tentato di tornare indietro, di rimpicciolirti ancora una volta, di indossare nuovamente la vecchia maschera pur di non perdere l'affetto di chi ti circonda.

Ma ricorda: non ogni legame che si spezza è una perdita. A volte è semplicemente una forma di vita che non può più accompagnare ciò che stai diventando.

Nella prospettiva della legge di affinità e risonanza, quando cambia la tua energia, cambia anche il modo in cui entri in relazione con il mondo. 

Non perché tu diventi superiore a qualcuno, ma perché ciò che un tempo ti attraeva potrebbe non rispecchiare più la tua nuova coscienza.

Alcune persone si allontaneranno. 

Altre, forse, impareranno a conoscerti di nuovo. E proprio nello spazio lasciato da ciò che non risuona più con te, potranno nascere incontri, relazioni e legami più autentici, nei quali non dovrai rinunciare a te stesso per sentirti accolto.

Perciò osserva, veglia e sii presente. Non trasformare ogni critica in un attacco, né ogni allontanamento in un tradimento. Impara a distinguere chi soffre perché sta imparando a conoscerti di nuovo da chi pretende che tu rimanga prigioniero della persona che eri.

E soprattutto, quando arriverà la tentazione di tornare indietro per non perdere qualcuno, ricorda una cosa:

Non sei venuto al mondo per rimanere fedele alle tue ferite, ma per scoprire chi puoi diventare quando smetti di vivere attraverso di esse.

LIBRO CONSIGLIATO IL SACRO VIAGGIO DELL'ANIMA

~ Alessandro D'Adamo ~

venerdì 9 ottobre 2026

il pensiero paranoico

In 𝘗𝘢𝘳𝘢𝘯𝘰𝘪𝘢. 𝘓𝘢 𝘧𝘰𝘭𝘭𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘧𝘢 𝘭𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢, Luigi Zoja parte dalla psicopatologia individuale per interrogarsi su ciò che accade quando un modo paranoico di pensare diventa collettivo. Al centro c’è una convinzione difficile da mettere in discussione: 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗹𝗲 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹’𝗲𝘀𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼, da qualcuno che minaccia, perseguita o complotta contro di noi.

Il pensiero paranoico tende così a costruire un nemico e a organizzare intorno a lui una spiegazione coerente della realtà. Il dubbio si riduce, le coincidenze diventano prove, ciò che contraddice la convinzione viene reinterpretato per confermarla. Zoja mostra come questo meccanismo possa oltrepassare il singolo individuo e diffondersi nei gruppi, fino a diventare una forza capace di orientare comportamenti collettivi e processi storici. 

Pensiamo a quando, in un momento di conflitto, cominciamo a leggere ogni gesto dell'altro come conferma di ciò che già temiamo, e diventa sempre più difficile accogliere un’interpretazione diversa.

Per la 𝘗𝘴𝘪𝘤𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭 𝘗𝘳𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰, il punto più interessante è forse proprio questo: 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮̀ 𝗮 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗲́può favorire la proiezione all’esterno di paure, conflitti e aggressività. Non ogni sospetto è paranoia, naturalmente; ma quando perdiamo la capacità di dubitare delle nostre certezze, il confine tra interpretare la realtà e costringerla dentro una spiegazione può diventare sottile.

Lo consiglio a chi desidera comprendere la paranoia non solo come fenomeno clinico, ma come modalità del pensiero capace di attraversare gruppi e società, e a chi vuole riflettere sul valore del dubbio.

𝗗𝗼𝘁𝘁. 𝗠𝗮𝗿𝗰𝗼 𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗼

domenica 26 luglio 2026

Jung..."Può quindi verificarsi che un cristiano"

 

“Può quindi verificarsi che un cristiano, per quanto creda a tutte le sacre figure, pure rimanga senza evoluzioni e senza mutamenti nell'intimo della sua anima, poiché ha 'tutto Dio fuori' e non ne fa nell'anima un'esperienza viva. I suoi motivi determinanti, i suoi interessi e impulsi decisivi scaturiscono dalla sua anima non sviluppata e inconscia, più pagana e più arcaica che mai, e in nessun modo dalla sfera del cristianesimo. Non soltanto le singole vite, ma anche quella somma delle singole vite che è il popolo, provano la verità di questa affermazione. I grandi avvenimenti del nostro mondo, che sono voluti e provocati dagli uomini, non respirano lo spirito del cristianesimo, bensì quello di un paganesimo grezzo. Vi è all'origine di ciò una condizione psichica rimasta arcaica, che non è stata sfiorata nemmeno lontanamente dal cristianesimo.  (...) 

Esternamente c'è tutto, in immagini e in parole, nella chiesa e nella Bibbia. Interiormente non c'è nulla. Interiormente dominano più che mai divinità arcaiche; questo significa che ciò che interiormente corrisponde all'immagine divina esteriore è rimasto senza sviluppo per mancanza di cultura psichica e quindi è arenato nel paganesimo. È vero che l'educazione cristiana ha fatto quanto era umanamente possibile, ma in misura insufficiente. Troppo pochi hanno vissuto l'immagine divina come la proprietà più intima dell'anima. Hanno incontrato un Cristo soltanto all'esterno; nessun Cristo è venuto a essi incontro dalla loro anima. Per questa ragione nell'anima regna ancora il paganesimo più oscuro, che invade, in parte con un'evidenza che non si può più negare, in parte sotto camuffamenti fin troppo lampanti, il cosiddetto mondo della cultura cristiana. 

Con i mezzi usati finora non è stato possibile cristianizzare l'anima al punto che almeno le più elementari esigenze della morale cristiana avessero una qualche influenza decisiva sui principali interessi dell'europeo cristiano. È vero che le missioni cristiane predicano il Vangelo ai poveri pagani ignudi; ma i pagani interiori che popolano l'Europa non hanno inteso mai parlare di cristianesimo. Il cristianesimo deve necessariamente ricominciare da capo, se vuole adempiere al suo alto compito educativo. Finché la religione rimane soltanto fede esterna e forma esterna, finché la funzione religiosa non diventa una funzione della nostra anima, nulla di fondamentale è successo. Rimane ancora da comprendere che il misterium magnum non è soltanto una realtà in sé, ma è radicato principalmente nell'anima umana. Chi non lo sa per esperienza, sarà forse dottissimo di scienze teologiche; ma non ha la più pallida idea di che cosa sia la religione, e meno ancora di che cosa sia l'educazione degli uomini”. 

C. G. Jung, Psicologia e alchimia

domenica 24 maggio 2026

La Pentecoste...secondo Don Tonino Bello

 la Pentecoste è una festa difficile. Ma non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconociuto. E’ difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica 

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.

Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

C’è poi il complesso dell’una tantum

E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente. Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

E c’è, infine, il complesso della serialità.

Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta nei giovani, e l’estinguersi della ribellione.

Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze della diversità.

Cari fratelli, la Pentecoste di questo anno vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro.


sabato 23 maggio 2026

Autopsia...di Maura Baldini

AUTOPSIA

Guardare consuona con ardire. 

Dopo tutto, per guardare sotto una luce scialitica ci vuole coraggio. Guardare significa svelare le frodi, le nostre e quelle altrui, sventarle senza pietà. 

Scrivo questo durante una dissezione-diserzione necessaria, in un giorno in cui l’ippocastano di fronte alla finestra dello studio sembra aver figliato tutte le sue foglie in un sol colpo. Un’emorragia di foglie e grappoli di fiorellini bianchi dilagata durante la notte appena trascorsa. 

Oggi, guardare queste foglie, una a una, è come sgranare un rosario di abbagli, di imposture, è l’autopsia di una promessa tradita. 

Bobin ha scritto che la verità ha il volto di un morto, un volto rivoltato come un guanto. Ecco perché abbiamo dismesso la verità: perché non sappiamo più guardare la morte, rifiutiamo la sua ultima parola, la più autentica. Noi non sappiamo più guardare la morte perché abbiamo paura della verità. 

E quando si teme la verità si finisce, anche obtorto collo, nella pastoia degli inganni, ci si protegge sotto il manto di un cinismo ammalorato, che è ormai soltanto un manieristico stereotipo, allo stesso modo in cui lo è l’esasperato ed ecumenico sentimentalismo di cui ci vantiamo su ogni palcoscenico possibile. Sono entrambe attitudini menzognere che ci allontanano dalla verità, nient’altro che messinscene che dissimulano sconfitte taciute, paure rinnegate, e quell’incapacità di dar voce a desideri destinati a insoddisfazione certa. 

Viviamo con occhi appannati da una patina nera come meconio; siamo asserragliati in un infinito inverno a strapiombo, innervati da un gelo che solo a parole tramutiamo in tepore, come se dire amore fosse vero, come se dire amore fosse la soluzione a tutti i mali. Un’ipocondria collettiva e insanabile ci allontana dalla morte, dal linguaggio della natura, dalla verità. E più ce ne allontaniamo più blateriamo, più usiamo parole indegne, fasulle, obliabili. Ne ho lette e ascoltate così tante, ultimamente, da esserne disgustata. La delusione ingenerata da alcune, in particolare, non è stata affatto una sorpresa, si è mossa in me come la frattura silente di una lastra di ghiaccio prima del distacco o come “l’onda d’urto dei mondi», per dirla con il frammento di un verso di Pusterla. 

Non ho soluzioni per tornare a vederci chiaro, se non l’istinto di riprendere a costeggiare la morte, come colostro che conceda uno sguardo nuovo, una nuova vita. 

Parto da un prato di meraviglie in fiore, colonia terminale di un pesce sventrato, divenuto il lubrico pasto di insetti voraci. 

Questo cadavere cosa è? È verità. 

Non temerlo, avvicinarsi, guardarne le interiora a pochi centimetri di distanza, le masse molli galleggianti nella bile, osservare le mosche infilarsi e infoiarsi in una poltiglia scura, e sentire, finalmente, l’odore della putrescenza, la fine di ogni illusione. Quel pesce è il principio di uno sguardo nuovo. 

La verità è mostruosa sempre, perché tenta l’alétheia, lo svelamento blasfemo, profanando il mistero. 

Nel frattempo, osservo l’ippocastano. 

Vivo, come meteora inabitata da un sospetto d’amore.

Maura Baldini

giovedì 21 maggio 2026

Don Antonello Lapicca

Basta aprire un quotidiano, accendere la televisione, ascoltare un notiziario. Che cosa emerge subito dentro di noi? Pensieri, giudizi, rabbia, paura. Ci arruoliamo idealmente in una fazione, ci schieriamo con una parte politica, emettiamo verdetti, ci indigniamo. Accade quasi sempre. E così, magari senza accorgercene, restiamo irretiti dal mondo, ne respiriamo le ideologie, pur cercando di seguire il Signore. Quando la realtà non obbedisce ai desideri, ai progetti e alle ideologie, il mondo senza Dio si fa dio e fabbrica salvatori, falsi profeti e cattivi maestri. Scambia il bene con il male e il male con il bene, seguendo le menzogne del demonio. Così scarta il figlio nel grembo, elimina il malato quando costa, consegna i ragazzi agli schermi per sedarne l’angoscia, affida alla tecnica il figlio che non arriva, alla legge il rancore, al potere il sogno di una vita senza limiti. Ma questa menzogna non resta fuori di noi. Anche noi, davanti a una realtà che non riusciamo ad addomesticare perché sazi il cuore e realizzi i nostri desideri, ci indigniamo, ci adiriamo e, dimenticando Dio, ci sostituiamo a Lui. Elaboriamo la nostra scienza, inventiamo la nostra tecnica, costruiamo il nostro piccolo potere: abortiamo una speranza quando chiede sacrificio, pratichiamo l’eutanasia di una relazione quando ci delude, spegniamo un figlio con pretese e giudizi, cancelliamo un collega dal cuore, trasformiamo la salute in idolo, la casa in bunker, gli affetti in possesso, persino la Chiesa in un luogo che deve darci ragione. Eppure la pace non arriva, anzi. Perché non siamo stati creati per modellare un paradiso in terra su misura della nostra carne ferita dal peccato. Siamo nati per vivere da figli di Dio, liberi per amare. E proprio perché questo ci è impossibile, Dio si è fatto carne per salvare e trasformare la nostra carne. Lo Spirito Santo non abita gli ideali, le ideologie, le battaglie dell’ego che cerca di affermare se stesso. Cerca la nostra carne stanca, impura, ferita. Perché, come scrive Tertulliano, “la carne è cardine della salvezza”. Gesù l’ha assunta, l’ha portata nella morte, l’ha liberata dal peccato e l’ha trasfigurata con la risurrezione, rendendola capace di entrare nel Cielo, nella comunione piena con il Padre. L’ha resa capace di accogliere lo Spirito Santo, che sigilla in noi la Verità e ci consacra, cioè ci separa dal mondo perché possiamo vivere nella Verità e testimoniarla al mondo. Siamo nel mondo, ma non del mondo, perché il sangue di Cristo ci ha riscattati e purificati da ciò che avvelena il cuore. Per questo Gesù non chiede che siamo tolti dal mondo per rinchiuderci un'elite che giudica senza misericordia, ma custoditi dal maligno per annunciare senza paura il Vangelo al mondo. Senza annacquamenti. Nella Chiesa siamo custoditi e allevati dalla Parola, dai sacramenti e dalla comunione, perché si compia in noi il Vangelo. Un cristiano ama il nemico, si offre per lui, diventa martire della Verità per salvare chi è schiavo della menzogna. Nell’amore e nell’unità che lo Spirito compie nella comunità cristiana appare nel mondo la Verità che smentisce la divisione del demonio. Anche oggi il Signore ci manda nel mondo come ha mandato il Figlio: ultimi e piccoli, non per modellarlo o rifarlo, ma per salvarlo con l’amore, nella carne redenta e nella storia che ci dona. Che cosa c’è di più grande di questa missione? Che cosa può riempirci della gioia di Cristo più che compiere la volontà del Padre, perché ogni uomo sia salvato? Nulla.

martedì 12 maggio 2026

La poesia secondo Isabella Bignozzi


Poesia è essere nella pienezza di creatura vigile, presente, che s’inscrive nella durata, e risuona del proprio timbro lirico, nel grande coro del creato.

La poesia aiuta la postura verticale: lo sguardo attento, il sincero incanto, la dismissione di ogni concupiscenza e prevaricazione; l’arte poetica può aiutare a riaccendere, incontrandole nella luce interiore, le adorabili cose che esistono: persino il dolore, cratere cupo, scarlatto, è nel centro del petto come un continuo battesimo, a ricordarci di essere vivi, poter amare ancora. Sentire pienamente: stare immobili. Non sottrarsi ma accogliere. È qui la salvezza.

Scavandoci e creando alveo, acquisiamo l’oggetto amato – o temuto, patito – per assimilazione, sottraendo spazio a noi stessi. Affetto come atto d’intellezione, conoscenza come atto d’amore: nella contemplazione vi è reciprocità tra ardore e intendimento: Ubi amor, ibi oculus.

Ogni forma d’arte sia garbata, leale all’Essere: alluda simbolicamente, concisamente, nell’unità che solo lo Spirito può donare. Affinare l’intelletto vale soltanto a salire più in alto, sulla via dell’attenzione purissima, che è sinonimo di preghiera (Weil). Il vero non si può esprimere pienamente con alcuna tecnica artistica. Ma si può percepire per un attimo: con nudità, nell’umiltà.

Isabella Bignozzi

martedì 28 aprile 2026

Fernando Pessoa, a volte....


A volte canto senza la voce, così come penso senza parlare. 

La cecità che mi è stata donata è un modo di darmi la luce. 

Se procedo per un cammino, sono due i miei cammini: 

uno, quello in cui mi incammino. L’altro, la verità in cui sono. 

In me esiste, al fondo di un pozzo, un pertugio di luce. 

Là, molto in fondo alla fine, un occhio fabbricato nei cieli. 

Fernando Pessoa - da “Sono un sogno di Dio”

mercoledì 15 aprile 2026

Ana Vega sulla....scrittura

 

«La escritura llega donde el ojo no alcanza, ni el oído ni las manos. 

No podría definir o catalogar mi escritura o modo de enfrentarme al folio en blanco como algo predeterminado, cuyos límites estén marcados de alguna manera, sus formas o trayectoria.

Camino, escribo, a golpes de conciencia pero siguiendo una cierta línea, podríamos decir argumental o cimientos que sustentan mi escritura: la búsqueda, el compromiso con la verdad, con el dolor, con aquellas partes oscuras que otros rechazan, obligar al lector a sentir la cercanía de sus dos caras, el bien y el mal, nuestros ángeles y nuestros demonios».

                                                               Ana Vega

domenica 5 aprile 2026

L'editoriale di Andrea Monda per l 'Osservatore Romano (4/5/26)


La paradossalità che accompagna ogni pagina dei Vangeli trova il suo punto culminante nel racconto del triduo pasquale. Il Figlio di Dio, redentore del mondo è dal mondo rifiutato, condannato come blasfemo e sovvertitore dell’ordine pubblico. E viene ucciso fuori dalle mura della città appeso ad una croce, «il supplizio più orrendo e doloroso», come ha sottolineato padre Francesco Patton nelle sue Meditazioni per il rito della Via Crucis al Colosseo, «riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio», una pena escogitata dai potenti della terra in modo da diventare “esemplare”. Ed è proprio questa via del rovesciamento assoluto che viene scelta da Dio per la redenzione di cui il mondo ha bisogno. Tutto questo nell’inconsapevolezza degli uomini che continuano la loro esistenza quotidiana distrattamente, spesso «senza sapere quello che fanno». Poi ci sono i governanti del mondo, i responsabili delle nazioni, che “usano” anche questa vicenda per i loro interessi, stringendo “amicizie” come quella tra Erode e Pilato, abituati come sono non a servire ma a servirsi di tutto, strumentalizzando ogni occasione, ogni persona.


Le parole delle cronache che accompagnano da sempre le vicende degli uomini, appaiono stanche, vuote di significato, insufficienti. Non di queste parole ha sete il cuore dell’uomo che ha invece sete e fame di infinito, che cerca non parole, ma una Parola che sia anche presenza, tutt’uno con la persona che la pronuncia. E la Parola di Dio, quella Parola che è Dio, letta e pronunciata nelle celebrazioni del triduo pasquale, è molto chiara rispetto alla «solita vecchia storia del mondo» perché la prende e la ribalta, mostrandoci un altro “esempio” quello del Figlio dell’Uomo e del suo modo di vivere fino alla fine e di morire offrendo la sua vita in riscatto per molti.


Nell’omelia per la Missa in Coena Domini Papa Leone ha parlato di questo ribaltamento, di questo “scardinamento”: «Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza» e ha sottolineato il suo farsi servo: «noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio [...] Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto».


Uno scardinamento che diventa smascheramento della logica, illusoria, del potere umano come evidenzia padre Francesco Patton all’inizio delle Meditazioni: «Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento». La via della croce è la paradossale strada che rovesciando la logica del mondo lo redime, spezzando le catene che gli uomini stessi tendono a costruire.


Leone XIV lo ha detto chiaramente nell’omelia della messa crismale di giovedì mattina: «La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova».


Il Papa parla di imperialismo, parola oggi tristemente tornata di moda. L’antidoto a questa eterna tentazione è la via mistica. Il teologo Rahner parlava di un cristianesimo del futuro che poteva essere inevitabilmente mistico. E Carlo Ossola, nel suo saggio sulla mistica Il fuoco della pietra, osserva che tutti i mistici sono quegli «inutili giusti» che rimangono «una frontiera opposta ai regni del profitto». Il cristiano si pone alla frontiera del mondo e già intravede il germoglio di una nuova creazione a cui cerca con tutti i suoi limiti di partecipare attivamente. Questa nuova creazione avviene, sorprendentemente e quotidianamente, spesso nel nascondimento, quando una persona compie un gesto di misericordia, disarmandosi dalla propria aggressività, ogni volta quando, dice il Papa, «non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo» e allora succede che possiamo sperimentare tante e tante “risurrezioni”, «quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra!».


Spesso si dice che viviamo tempi di grande aggressività, è vero, ma non sembra questa una grande novità, il male non lo è mai. La novità ha a che fare con il bene e si cela nella possibilità di una risposta diversa, quella a cui è chiamato il cristiano seguendo l’esempio del Figlio di Dio che si è fatto servo, come ha ricordato fra Roberto Pasolini nell’omelia del venerdì santo: «Siamo tutti tentati sempre, continuamente di usare un po’ di aggressività, un po’ di violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non si risolvono mai. Il Servo del Signore non può cedere a questo istinto: dovrà custodire la mitezza come unica forza per affrontare le tenebre del male».


La via dell’umiltà, la via della mitezza, sono le vie paradossali che suonano controcorrente e rimettono il mondo in cammino, lo fanno procedere in avanti e in alto, non indietro e in una spirale che si accartoccia sempre di più. Umiltà e mitezza sono le parole che scaturiscono dalla Parola che è Cristo, mite e umile di cuore, quella Parola di cui ancora oggi ha sete l’anima di ogni essere vivente.


Andrea Monda

martedì 31 marzo 2026

Il cuore messo alla prova...Di Suor M. Santa Sparaco


Non è nella vetrina del mondo che si riconosce un’anima profonda. Non è nei consensi, nelle parole ben costruite o nei numeri che scorrono sotto un post che si misura la verità di una vita spirituale. C’è un luogo più nascosto, più esigente e più vero: il cuore messo alla prova.

La spiritualità autentica si rivela quando tutto vacilla. Si riconosce nella capacità di restare in piedi mentre dentro si combatte, nella fedeltà silenziosa quando la tentazione si fa insistente, nella forza interiore che non si arrende anche quando nessuno vede. È lì che la fede smette di essere idea e diventa carne, respiro, scelta.

La crescita nella fede non si misura da ciò che si mostra, ma da come si attraversa ciò che ferisce. Si vede nella qualità della preghiera, che non è fuga ma incontro; si vede nella capacità di abitare le contrarietà senza lasciarsi indurire; si vede nel modo in cui si affrontano le crisi senza spezzarsi né scappare, trasformandole — lentamente, dolorosamente — in una forza che spinge avanti.

Perché, in fondo, tutto il resto è rumore. Apparenza. Costruzione fragile destinata a crollare al primo vento forte.

Quando la vita ti pone davanti all’imprevisto, alla perdita, al cambiamento che non hai scelto, allora emerge la verità: non conta ciò che hai mostrato, ma quanto sei radicato in Dio. Non conta sembrare forti, ma diventarlo nel profondo. La vera maturità spirituale non è perfezione esibita, ma trasformazione vissuta.

E questa trasformazione non nasce da una frase letta o condivisa. Nasce nel tempo, nel lavoro nascosto, nel ricominciare ogni giorno. Nasce da fondamenta solide: da quella Roccia che è Cristo, centro silenzioso e stabile attorno a cui tutto trova ordine, anche quando fuori infuria la tempesta.

Se ti senti fermo, vuoto o smarrito, non cercare risposte immediate: resta. Prega. Persevera. Apri uno spazio allo Spirito Santo. Sarà Lui, con delicatezza e potenza, a riaccendere dentro di te quella luce che credevi spenta e a restituirti un entusiasmo più vero, più maturo, più profondo.

— Di Suor Maria Santa Sparaco ✨

martedì 24 marzo 2026

L'esercizio della poesia...secondo Ripellino

 «L’esercizio della poesia è una prova di resistenza alle asperità quotidiane e all’indifferenza degli uomini. Le squallide vicende dei giorni presenti paiono sottolineare l’inutilità della poesia, perché essa, sempre più scalzata sui margini, nulla può lenire e a troppi non dice nulla. La poesia è magnificamente superflua come il dolore e troppo fragile in tempi di sopraffazione. […] Scrivere poesie nell’assedio in cui siamo invischiati vuol dire caparbietà di non soccombere agli sfaceli, di sopravvivere, tenendo a distanza con la magia del Belcanto, con la pienezza polposa delle parole, con gli esorcismi delle paronomasìe e delle assonanze la Morte.»


Angelo Maria Ripellino, a proposito di “Autunnale barocco”, 1977

domenica 22 marzo 2026

A proposito...di anime sensibili


Le anime sensibili hanno bisogno di riposo,

pause, silenzio.

Di ascoltarsi, di incontrarsi,

di non sentirsi sole nella loro diversità.

Hanno bisogno di bellezza, di armonia,

di scambi autentici e profondi,

di essenze pure,

per ricaricarsi e poter così continuare

a dare luce al mondo.

Hanno bisogno di musica vera,

di fiori, di alberi da abbracciare,

di vivere con gli animali,

di cantare, di ridere, di leggerezza.

Hanno bisogno di fare ciò che amano,

perchè è ciò per cui sono venute.

Hanno bisogno di libri scritti con l'anima,

di esprimere la loro voce nell'arte,

come nell'azione, nella vita di ogni giorno.

Hanno bisogno di fare ciò in cui credono,

ciò che per loro ha davvero un senso,

di fare dei loro pensieri le loro azioni,

di coerenza fra ciò che sentono e ciò che

mettono in pratica ogni giorno.

Hanno bisogno di comunicare con tutte le creature,

in modo libero e personale,

di imparare a distinguere le voci delle loro Guide,

degli antenati, degli spiriti liberi della Terra.

Hanno bisogno di imparare a fidarsi, a leggere i segni,

a distinguere le energie sottili della natura,

degli elementi e di tutti gli esseri.

Hanno bisogno di lottare e difendersi,

quando è necessario, senza sensi di colpa,

di imparare a schermarsi, a proteggersi, a dire no.

Hanno bisogno di immedesimarsi nel vento,

di farsi abbracciare dall'acqua,

di scoprire i sentimenti dei cristalli,

di scaldarsi ad ogni fuoco che incontrano,

per riuscire ad equilibrare la loro emotività.

Ma soprattutto,

hanno bisogno di capire che la loro sensibilità

è il loro vero, ancestrale, scintillante

e indomabile potere.


Alessandra Pallanca

lunedì 2 marzo 2026

Luigi Epicoco sul Padre Misericordioso

Ci viene sempre da pensare che il protagonista principale della parabola del figliol prodigo sia appunto questo figlio minore che va via da casa sperperando il patrimonio di suo padre e vivendo come se proprio quest’ultimo fosse morto, infatti l’eredità ai tempi di Gesù la si poteva chiedere solo alla morte del proprio genitore. Ma la verità è che il protagonista di questa storia è l’amore di un padre che tenta in tutti i modi di farsi vicino ai drammi dei propri figli, sia che essi siano esteriori, come capita per i guai che gli combina il figlio minore, sia che essi siano interiori così come riguarda l’infelicità repressa del figlio maggiore. Amare è sempre difficile, ma Dio cerca di farsi spazio nelle nostre vite sempre, sia quando vanno a rotoli in maniera evidente, sia quando sono un inferno di solitudine che uno prova dentro di sé. Vivere la misericordia è considerare questo Padre più importante dei propri peccati, e più importante delle proprie frustrazioni. È ridare a Lui il primato relativizzando tutto ciò che ci ha condotti fuori strada. Troppo spesso rischiamo di rimanere in ostaggio dei nostri errori, o in ostaggio delle nostre paranoie interiori. Dio, dice Gesù, è un Padre che esce e va incontro a tutti qualunque cosa essi vivano, perché lo scopo di Dio non è salvare il patrimonio o la faccia, ma vedere chi ama felice. Sono le parole che Gesù mette in bocca al padre della parabola per spiegare al figlio maggiore la vera logica della gioia di chi ama: “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.


Epicoco

Pensieri di Simone Weil...

Da MISTICA DEL LAVORO


L’esclave est celui à qui il n’est proposé aucun bien comme but de ses fatigues, sinon la simple existence.


La grandeur de l’homme est toujours de recréer sa vie. Recréer ce qui lui est donné. Forger cela même qu’il subit.


!!!

L’éternel seul est invulnérable au temps. Pour qu’une œuvre d’art puisse être admirée toujours, pour qu’un amour, une amitié puissent durer toute une vie (même durer purs toute une journée peut-être), pour qu’une conception de la condition humaine puisse demeurer la même à travers les multiples expériences et les vicissitudes de la fortune — il faut une inspiration qui descende de l’autre côté du ciel.

S.Weil

martedì 10 febbraio 2026

un brano di Katie Kamara sul "non detto"...


Ci vuole un raro tipo di anima per sollevare intuitivamente un'altra dall'oscurità senza bisogno di brillare.
Per andare incontro alla disperazione non con dottrina, ma con presenza.
Questa non è l'opera della prestazione, è la fatica invisibile dell'amore.
L'atto di ascoltare, profondo e senza un'agenda, è forse uno degli ultimi atti sacri rimasti in un mondo sovraccaricato di rumore.
Perché in quel silenzio si entra generosi, aperti e senza affrettare una guarigione.
Si entra non con sermoni. Non con ricette mediche.
Si entra nel riconoscimento. E si sussurra un quieto: "Non sei solo. Ti vedo. Non distoglierò lo sguardo".
Si, c'è ancora chi resta, fermo, morbido, luminoso.
Non conduce con certezza. Guida con coerenza.
Non salva, ma ricorda.
Ci sono anime che percepiscono il non detto, sentono gli spazi tra le parole e tessono frammenti di intuizione di linee temporali, ferite e quiete rivelazioni che agli altri mancano.
Offrono incoraggiamento alla soglia precisa del collasso, senza ego, senza intrusione.
Hanno la sottile arte di armonizzazione tra intuizione e intelletto, tra empatia radicale e discernimento fondato.
Hanno la capacità di tracciare la logica nascosta del divenire, di direzionare il caos senza affrettare la chiarezza.
Questa forma di tenuta non è facile da insegnare.
Viene coltivata attraverso il dolore trasfigurato in saggezza, attraverso un sistema nervoso addestrato a restare regolato mentre è tra le fiamme di un altro.
Non cercano applausi. Cercano impatto.
Creano entusiasmo non come fuga, ma come accensione.
Ricordano all'altro la sua capacità di sentire, di creare, di scegliere ancora.
Questa è l'essenza dell'alchimia relazionale.
Non è bypass spirituale. È ostetricia esistenziale.
E forse è proprio questa la frontiera a cui ci avviciniamo come specie: un mondo dove la guarigione non è più immersa nelle professioni, ma riconosciuta come abilità civica.
Dove il terapeuta e il mistico, l'allenatore e la sacerdotessa, l'anziano e l'empatico, contribuiscono tutti a un nuovo lessico di cura.
Dove tenere lo spazio è mantenere il potere di dentro, non sopra, ma con.
E in questa economia del cuore, la moneta più preziosa è la capacità di trasmutare il dolore in presenza.
A chi già percorre questo sentiero, senza copione, senza riflettori, eppure con grazia sconcertante, grazie a voi. Ebbene a voi. Che siete i silenziosi architetti di una nuova umanità. Non salvatori. Non guru. Ma specchi. Ponti. Scintille.
Non guidate semplicemente gli altri a se stessi. Ma ricordate loro che non si sono mai persi veramente.
Katie Kamara