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lunedì 26 ottobre 2026

Lara Pagani: "Mi hai raccontato..."

 


Mi hai raccontato che i fiori hanno suoni: 

ogni petalo è musica, strumento 

degli angeli e di chi governa i tuoni,

la pioggia, le stagioni, il firmamento.

Io ci credo perché tu non ragioni 

ma sai. Lo sai che cos’è lo sgomento 

di morire poi vivere, non poni 

freni alla meraviglia, è il tuo talento. 

Quando ti prende a morsi il crepacuore 

tu sai come fuggire la prigione. 

Ci vuole fantasia, ci vuole amore — 

ci vogliono i tuoi fiori sul balcone 

   per cullare l’amarezza sul nascere.  

   Chi canta la ferita può rinascere. 

(Per Franca Alaimo, 2026)


Lara Pagano

martedì 13 ottobre 2026

Alla povera mia fragilità (MARINA CVETAEVA)


Alla povera mia fragilità 

tu guardi - e non dici una parola.

Tu sei marmo, ma io canto,

tu - statua, ma io - volo.

So bene che la dolce primavera

agli occhi dell'Eterno è un niente.

Ma io sono uccello, non t'offendere

se è leggera la legge che mi governa.

(16 maggio 1920)

MARINA CVETAEVA

venerdì 11 settembre 2026

Miriam legge poesia - POESIE REGISTRATE E PUBBLICATE su LIMINA MUNDI

POESIE REGISTRATE E PUBBLICATE su LIMINA MUNDI
https://liminamundi.com//?s=miriam+bruni&search=Vai


Nina Cassian - La tentazione
 
Per la prima volta vedrai i pori schiudersi
come musi di pesce e potrai ascoltare
il mormorio del sangue nelle gallerie
e sentire la luce scivolarti sulle cornee
come lo strascico di un abito; per la prima volta
avvertirai la gravità pungerti
come una spina nel calcagno
e per l’imperativo delle ali avrai male alle scapole.
Ti prometto di renderti talmente vivo che
la polvere ti assorderà cadendo sopra i mobili,
che le sopracciglie diventeranno due ferite fresche
e ti parrà che i tuoi ricordi inizino
con la creazione del mondo.
Più vivo di così non sarai mai, te lo prometto.

***

Adriano Sansa

Rapidissimo il tempo ci ha raggiunti
mentre eravamo nel cavo del muro
al riparo dal vento. Tutto intorno
le foglie rivoltate degli ulivi
e sul crinale la luna incipiente.
Non siamo stati in guerra, da bambini
solo una volta abbiamo avuto fame:
il mondo è stato mite nel complesso
lasciandoci così solo alla morte.

***

Piera Badoni

Addio,
ti lascio la mia voglia di vivere,
di amare e di conoscere il mondo,
forse sarei stata una buona mamma
in una piccola casa con un piccolo orto
ma il destino mi ha lasciato un giardino infinito
e mille strade.

***

Diego Valeri

Si cammina sul filo degli anni
da esperti funamboli.
È un difficile andare ma si va.
E intanto il mondo, attorno,
muta faccia e colore. Senza posa
ogni creata cosa
in poco d'ora ci diventa strana.
E con le cose ci mutiamo noi,
d'oggi in domani.
Solo sta fermo nel fondo di noi
quel nostro tempo primo,
l'infanzia, all'ombra della madre, sotto
il crocifisso piccolo di avorio.

***

Silvana stremiz, Anima

A volte sento di non appartenere a questo mondo;
l'anima mia vaga senza posa tra deserti vasti
e praterie.
Il tempo trascorre e vola via senza spazio
per i sogni,
e scorre sulle mie stagioni ingiallite
così come la mia mano su questi versi
inutili.
Di fronte a me la città illuminata a giorno,
nella notte.
Le infrastrutture d’acciaio,
le auto
veloci e scintillanti, come dardi di fuoco,
nella notte.
Le insegne dei bar, la gente che passa nella sua gelida indifferenza
milioni di anime che passano lentamente
nella notte.
Ma i miei occhi vedono il passo furtivo di un gatto
randagio.
Ed il mio cuore sente un fiore che sboccia in una piccola aiuola.
Forse per questo mi sembra d'essere
un poeta.

***

Antonia Pozzi, Esempi

Anima, sii come il pino:
che tutto l’inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d’abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t’aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l’ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.
Ma l’amore del sole
appassionatamente la cinge
d’uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall’ombra,
sovrane
al di là d’ogni tenebra,
come pensieri dell’anima eterna
verso l’eterna luce.

***

Jules Supervielle, La mer


È tutto quello che avremmo voluto fare
e non abbiamo mai fatto,
È chi ha voluto prendere la parola
e non ha trovato la parola giusta,
Tutto quello che se ne è andato
senza rivelarci il suo segreto,
Quello che possiamo toccare e persino scavare
con il ferro senza mai raggiungerlo,
Quello che si è fatto onde e poi ancora onde
perché si cerca senza trovarsi,
Quello che è diventato schiuma
per non morire del tutto,
Quello che si è trasformato in scia di qualche secondo
per il gusto fondamentale dell’eterno,
Quello che avanza negli abissi
e non salirà mai in superficie,
Quello che sale in superficie
e teme gli abissi,
Tutto questo e altro ancora,
Il mare.

***

Karin Boye
(Traduzione di Valeria Marcheschi)

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.
Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile essere incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e volere cadere.
Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.

***

Pioggia – Alice Silvia Morelli

Mi cerchi dal cielo,
senza avviso,
come chi scopre
la soglia segreta del sonno.

Goccia dopo goccia
mi disarmi,
entri nei polsi —
clessidre lente —
nelle pieghe dell’attesa.

Non sei tempesta:
sei tatto che cade,
sei pelle che ride
sotto dita d’acqua.

Un alfabeto liquido
che riscrive i confini,
una finestra d’aria
tra profumi e colori.

Pioggia.
Mi lasci intrisa
di silenzi buoni,
di respiri che aprono
i polmoni.

***

Testamento - Anna Santoliquido


lascio in eredità ai passeri
le emozioni represse
riscalderanno il nido
proteggeranno la specie
al falco lascio le visioni
e l’ampiezza della fantasia
aggiungeranno estro al volo
lo rallegreranno al vespro
al cerro e alla quercia
lascio l’intimità dell’opera
li aiuterà a sopportare il gelo
e le barbarie
alla vigna lascio le idee acerbe
matureranno con il sole
saranno aglianico
e brindisi
alla luna lascio un sentimento mai nato
sarà incanto e resurrezione
dovrà covarlo con l’energia della scienza
e la genuinità dei semplici
al fuoco e alla neve
lascio l’impeto del linguaggio
e la brina delle liriche
alimenteranno la tenerezza
al fiume e al ruscello
lascio la liquidità dei segni
scorreranno fino a quando l’uomo
difenderà il creato
al cielo e ai bimbi
lascio i colori della scrittura
le rime e le assonanze
e i mulinelli dell’innocenza
al nulla lascio la pena
i grumi di sangue
l’ansia delle doglie
e l’inquietudine
ai poeti lascio il dilemma
la giovialità del percorso
e la purezza delle pagine
li tramanderanno ai posteri
alle parole lascio una carezza
soave come il miele di acacia
grata per la fedeltà
e la battaglia

***

Maura Baldini

Il fuoco è spento, il corpo un tonfo -
nell’aria voci armate,
lingue smarrite, inanimate.
Così spendiamo il tempo
blandendo il buio
benedicendo il bolo di silenzio
sbocciato nella bocca.
Contro il metallo corre la scure
della notte a incensare
il sacrificio irreversibile del bianco.
Il passo incespica,
è ormai segnato - nell’apice
si assiepa un desiderio contrito:
scagionare la spina
sanguinare contro il cielo.

***

Ombre d'ali, Ada Negri

Cielo di giugno, azzurra giovinezza
dell'anno; ed allegrezza
di rondini sfreccianti in folli giri
nell'aria. Ombre, ombre d'ali
vedo guizzar sul bianco arroventato
del muro in fronte: ombre a saetta, nere:
vive, al mio sguardo, più dell' ali vere.
Traggon dal nulla, scrivono col nulla
parole d'un linguaggio
perduto; e le cancellano
ratte, fuggendo via fra raggio e raggio.
Vita che mi rimani,
fin che io veder potrò quelle parole
strane apparire scomparir sul muro
candente al sole
(forse un tempo io le dissi a chi m’amava,
egli le disse a me, bocca su bocca)
vita che mi rimani, ancor dolcezza
puoi darmi. Basta
l’ombra d’un bacio alla memoria, basta
l’ombra d’un’ala alla felicità.

***

Se tu sapessi - Carmela Laratta

Se tu sapessi la tristezza immane
di navigare a vuoto senza meta,
di ricucire le ore lacerate
quando le mani non le senti più
a furia di picchiare contro il muro,
verresti ad aiutare questa tela
d’ una Penelope che aspetta
il batticuore
di scorger la tua sagoma lontana
che si avvicina, ma tu non tornerai.
Se tu sapessi quanto è ruvida la scena
che si ripete a ogni angolo di ciglia, quanto mi schiaccia questa storia incanutita
che scrive trafiletti di memoria
sulla dimora del sale in rimanenza
dopo che il mare prosciugato
da mestizie
diventa un tavoliere, una radura,
verresti a rimpinguare il gaio specchio
di un’ acqua pura che rifiuta ogni sigillo,
nell’ orizzonte che tu non colmerai.
I pesci con la coda verderame
mi sono testimoni delle volte
che il cannocchiale della misericordia
stende le braccia avanti e afferra il vuoto.
Se tu sapessi quant’ è stretta questa stanza
quando riscrivo il battito del sangue
che sembra un vecchio zoppo mentre arranca,
raccoglieresti la tua coda solitaria
e impareresti a correre da me.
Non riesco a fare finta che il profilo
del corpo tuo rotondo che disegno
sopra il cuscino quando mi addormento
consoli il movimento della vita.
Mi giro, ad occhi aperti.
Non rispondi.
La grazia del ricordo non mi basta.

mercoledì 2 settembre 2026

I poeti...secondo Franca Alaimo


 Gli incustoditi

I poeti sono gli incustoditi.
Nemmeno gli angeli li riparano
da venti e bufere perché sanno
che devono attraversare il dolore
per diventare testimoni del vero.
Il loro dono è un flauto
bello ma tremendo:
ad ogni stonatura il mondo
trema e vacilla perdendo la misura.
I poeti sono gli incustoditi
perché non c'è recinto che possa
esiliarli nel poco dell'apparente.
Si avventurano spesso
con i loro bagagli di nuvole e niente
nel profondo dei boschi
là dove tutto comincia nell'ombra e
la voce del vento compone
muovendo le foglie
la musica segreta di un altrove.
Prima di andarsene salutano
con un inchino grazioso e innocente
-come quello che si insegna ai bambini-
la prigione quotidiana
di norme, riti e moniti insipienti.

Franca Alaimo

giovedì 27 agosto 2026

Cinque poesie di Bruno di Pietro



ma quale origine gli vuoi trovare
a quell’affanno che ci ha fatto soli
chi cerca nella terra chi nei voli
il nome il segno il modo di parlare
 
se appartiene al silenzio allo sguardo
al fruscìo dei salici in ritardo
sull’autunno narrare il volere
di te di noi in queste lunghe sere:
 
chiamarti è la deriva degli intenti
se non so dirti il poco né l’intero
(le parole confessano indigenti
la poca confidenza con il vero)




Inclinano all’esistere anche i sassi
lucidi per il tempo per i passi
che sono consueti sostenere
inclinano all’esistere le sere
d’estate e l’odore intenso del timo
c’è un conato di vita nel primo
mattino nel chiaro arancio negli ori
nei canti del risveglio responsori
fra mormorio e silenzio nella cura
dell’albero a sfogliarsi per paura
(cospirano le cose a un solo scopo
dirti che non sei aquila ma topo)




qualcosa mi riporta a quella tana
riposa la certezza nella vana
rincorsa a ciò che è stato consistenza
ma se il passato è tutta l’esperienza
la reticenza sul futuro è vizio
riduce decadenza nell’incanto
complice inverno e il buco del solstizio
disdice l’invadenza dell’impianto
il nocciolo l’impegno quotidiano
il giorno che s’annulla nell’invano
(il passato non passa ma è indecente
che qui non passi nemmeno il presente)



Cala l’ultimo sole.
Sulla riva i bambini giocano.
Saltano i sassi lanciati
sulle acque calme del mare.
Mi accompagna verso la scogliera
un’ombra invisibile.
Annuncia una luce nascosta.
Fra gli scogli c’è un passaggio.
Al mattino sarò su un’altra spiaggia
un altro mare.



Luglio romano
è abbaglio di fontane
fra poche ore
Signore
saprò se sei uno o trino
prima mi toglieranno
l’ingombro del pensiero
e dopo avere detto e disdetto
di una cosa vorrei essere sicuro:
che domani sarò a te vicino
sia tu uno o trino
io Francesco Pucci fiorentino


Bruno di Pietro

domenica 26 luglio 2026

Se dovessi..., di Elena Milani


Se dovessi dirti cosa mi è mancato,

quale ventosa mi tendesse il cuore

come a strapparlo

e mi tirasse insieme la schiena all'indietro 

sino a incollarmi al muro 

come una mosca alla sua carta di colla

se dovessi nominare l'angoscia, 

lo spavento d'aprire gli occhi la mattina, 

il precipizio sotto le pantofole, 

se dovessi prendere la misura

al muro del tunnel, 

la manica radente fino a rompersi 

e la pelle fino all'osso 

e laggiù sapere del lume,

era solo la fede dell'immaginazione, 

la mia voce adulta forse

che mi diceva, aspetta,

non aver fretta di morire.


Elena Milani

sabato 11 luglio 2026

Amo la terra..., di Hanna Arendt





Amo la terra

come in viaggio

il luogo straniero,

e non diversamente.

Così la vita mi tesse

piano al suo filo

in una trama sconosciuta.

All’improvviso,

come il commiato in viaggio,

il grande silenzio irrompe nel telaio.


Gennaio 1954

martedì 7 luglio 2026

Fioriture 2, di Emilio Capaccio


FIORITURE II

La morte è ciò che accade 

quando il tempo stanco di coniugare il nostro nome

lo affida al silenzio 

perché impari un'altra grammatica

Il silenzio non è il contrario della presenza

Ci sono alberi che continuano a fare ombra 

molti anni dopo essere stati abbattuti

Ci sono persone che soltanto cadendo 

rivelano quanto cielo sostenevano

Perché morire non significa perdere 

ma restituire:

il ferro delle vene, l'acqua degli occhi,

il respiro, un flauto che il vento 

ci aveva lasciato per qualche stagione

( La cosa più strana sarà sempre 

il cuore che continuerà a battere 

in luoghi senza costole )

La morte ha un pudore che la vita non ha

Non trattiene niente

restituisce ogni volto alla sua materia 

di luce e memoria

come il mare che cancella le impronte 

senza insultare il cammino

È questo il suo segreto meno detto: 

non strapparci dal mondo

ma liberarci dall'equivoco di credere 

che il mondo ci appartenesse

Per questo non diventiamo assenza

ma la parte invisibile di ciò che abbiamo amato 

come il peso della luna 

che nessuno vede nell'acqua 

eppure insegna al mare come respirare.


Emilio Capaccio

Tristan Derème tradotto da Emilio Capaccio

 

Tristan Derème (1889-1941)

IVRESSE

Le soleil a doré tes lèvres. Un bourdon

s’éveille et bat les murs. Prends ton sourire et ton

ombrelle; tu courras dans l’herbe fraîche. L’aube

est moins claire que ton visage et sur ta robe

le matin lancera des flèches de clarté.

Tout chante et nous marchons vers ce bois écarté

où nous vîmes des musaraignes. Une huppe

a crié. Cet ajonc va déchirer ta jupe.

Je t’aime. Je voudrais que tu dises: «Je suis

heureuse.» Ne ris pas. Les grillons grincent. Suis

le sentier, ne mets pas tes pieds dans la rosée.

Une mésange sur les ronces s’est posée.

Elle s’envole. Tu partis naguère. Mais

tes doigts cueillent le thym et les houx embaumés.



EBBREZZA

Il sole ha dorato le tue labbra. Un bombo

si ridesta e batte contro i muri. Prendi il tuo sorriso e il tuo

ombrellino; correrai nell'erba fresca. L'alba

è meno luminosa del tuo volto e sul tuo vestito

il mattino lancerà frecce di chiarore.

Tutto canta e camminiamo verso quel bosco appartato

dove vedemmo dei toporagni. Un'upupa

ha lanciato il suo grido. Questa ginestra ti strapperà la gonna.

Ti amo. Vorrei che tu dicessi: «Sono

felice». Non ridere. I grilli friniscono. Segui

il sentiero, non mettere i piedi nella rugiada.

Una cinciallegra si è posata sui rovi.

Vola via. Partisti non molto tempo fa. Eppure

le tue dita raccolgono il timo e gli agrifogli profumati.


Traduzione di Emilio Capaccio

giovedì 21 maggio 2026

Nella casa...di Maria Liscio

 

NELLA CASA

Mi parve che ci fosse

tanto calore in te

da poterne scaldare

tutta una vita.

E invece non era che una vampa

rapida,

fatua fiamma

se appena annotti.

Ora ti offro la brace

della mia pena,

quella pietà

di cui non sei capace

e poso la mia mano

sui tuoi occhi inquieti di scontento.

Cruccioso inamovible

rifiuti il dono.

Siamo

in una casa di strette mura

a girarci

come mondi

ciascuno per un’orbita lontana.

Maria Liscio (Orta Nova 1921- Perugia 2021)

domenica 12 aprile 2026

Una poesia di Luca Pinato


CHI RESTA

C’è sempre uno

che resta più esposto.

Non si ritira

quando qualcosa cede.

Non si chiude.

Non sposta il peso altrove.

Resta.

E prende su di sé

anche la parte dell’altro

che l’altro non regge.

Come una casa

quando il vento insiste

contro gli infissi

e in ogni stanza

cambia la tenuta dell’aria.

L’altro si chiude.

Fa del proprio dolore

una soglia stretta,

un varco dove passa solo

ciò che non pesa troppo.

E tu rimani fuori.

Non fuori dall’amore.

Fuori da ciò che cede.

Da ciò che trema.

Da ciò che chiede braccia

e non bellezza.

Ci sono mani

che sanno cercarti nel desiderio,

riconoscerti acceso,

intero,

luminoso,

e poi fermarsi

quando arrivi disfatto,

con la febbre del cuore,

con quella fame scura

che non chiede di essere capita

ma soltanto tenuta.

È lì che si spezza.

Prima della distanza.

Quando uno dei due

non è più luce da accogliere

ma peso da reggere.

Allora impari.

Non bussare.

Non tornare.

Restare fermi.

Lasciare che sia il vuoto

a dire se davvero mancavi,

se il tuo nome spostava l’aria,

se il tuo silenzio

cambiava la tenuta delle cose.

Finché lo capisci.

Non sei fuori

da una porta chiusa.

Sei la stanza

che l’altro

non ha costruito.

Luca E. Pinato

domenica 8 marzo 2026

Corrado Govoni: "Naufragio"


Naufragio


Sul mio capo di naufrago

galleggiante sul mare nero della vita

afferrato a una tavola sfasciata

materna culla

vedo ancora ondeggiare le stelle

come un tenero ramo di mandorlo.

Luce di fuori mondo

o vertigine

degli abissi incantevoli del nulla?


Corrado Govoni 

giovedì 5 marzo 2026

"Dintorni", di Borges


Dintorni

I cortili di antica certezza,

i cortili ugualmente fondati

sulla terra e nel cielo.

Le finestre con le loro inferriate

attraverso le quali la strada

diviene familiare come un lume.

Le camere profonde

dove il mogano arde in quieta fiamma

e lo specchio dai tenui barbagli

sta nell’ombra come una laguna.

Gli oscuri crocevia

che trafiggono quattro infinite

distanze in sobborghi silenziosi.

Ho nominato i luoghi

dove la tenerezza ci travolge

e sono solo, solo con me stesso.

Jorge Luis Borges

mercoledì 11 febbraio 2026

Poesie...di Carmela Laratta


 

Impigliata nel buio della tua assenza

so molte cose adesso:

l'incompiutezza del dolore, 

la cancellazione progressiva 

della parte certa del nostro volto,

la folle traversata del tempo

ridotto a segreto ingarbugliato

che mostra rughe e perde zolle

centrali di memoria

-poi prende pillole per ricordare 

almeno i nomi-

sopra il grembiule macchie 

di pomodoro,

sull'anima aloni incancreniti scrivono 

che di tramonti si può persino morire


dilaga l'eterea banalità degli azzurri 

-universale come l'ipocrisia-

ma io muto colore

-muto colore 

e cado-


****


Quando si spazzano via parole nude

e senza gesti, - otri vuoti-

troppo grandi e fasulle

per stare in equilibrio da sole...

e la mente fruga negli ultimi alibi

rimasti da ricordare

- i più recenti, infiocchettati

da mistificazioni d'uomo

che salta come canguro

tra i suoi piaceri e non si ferma mai, ingordo di miserrima compiacenza,

là, proprio là,

una donna inizia - sottovoce-

il suo canto alato di resistenza.

Minuta o gigantesca, bionda

o rossiccia, giovane o anziana,

intona il dolore desolato

nella radura di pupille velate

e fiere, lo sverna nell'inchiostro

delle grandi madri, abbassa

le tapparelle, accende il lume

e si avvia verso la luna.

Dove c'è il pallore di una ferita,

ne sfilaccia i bordi contusi,

ne guarda a lungo la porta,

afferra il cuore nelle mani

che hanno tanto accarezzato,

e passa il Confine.

Quando una donna è dall'altra parte delle macerie, non torna indietro.

Il ramo potato resta a terra,

ignorato e corroso dall'acqua,

nel grembo balbuziente della dimenticanza,

graffiato dai becchi insulsi

che verranno dopo di lei...

perché un viandante benedetto

non sbaglia il verso della freccia.

Persino nell'ombra,

nel deserto spinoso, nell'onda

infingarda, conosce sempre

la strada, il santuario possente

e rigoglioso della rinascita.


Carmela Laratta

martedì 10 febbraio 2026

"Più in là"...di Piera Oppezzo

 


Più in là

ci aspettano le foglie morte;

fermiamoci:

qui c’è profumo di rose.

Basta che tu non respiri

perché il futuro muoia.

Così tutto finisce

prima d’aver pianto.

Neanch’io respiro più.


PIERA OPPEZZO

domenica 8 febbraio 2026

Robin Hyde tradotto da Emilio Capaccio

   

ACQUA CORRENTE

Siedo accanto a un piccolo ruscello ombroso
e cerco di dire a parole i miei pensieri su di te.
È inutile.
Le acque correnti fremono, chiamano, scintillano,
l'acqua corrente luccica nella mia mente,
azzurra libellula.
Gli iris sono dolci di pioggia mezzo dimenticata.
Le loro teste scure si chinano sotto diademi di rugiada,
un petalo cade e, come una barchetta,
s’aggrappa mentre affoga dove galleggiano i giunchi gialli.
Le acque con morbide dita lo trascinano a fondo.
Così, una a una, le mie fantasie-petalo affogano,
e tutte le parole non nate
cadono, fluttuano, affondano, come uccelli feriti.
Le acque fredde si chiudono su di loro. Grigio argento,
le acque correnti le portano via.


Traduzione di Emilio Capaccio
*
RUNNING WATER
I sit beside a little shadowy stream,
and try to tell in words my thoughts of you.
It is in vain.
The running waters quiver, beckon, gleam,
the running water glitters through my brain,
dragon-fly blue.
The irises are sweet with half-forgotten rain.
Their dark heads bend beneath their diadems of dew,
one petal falls, and, like a little boat,
clings drowning where the yellow rushes float.
The waters with soft fingers draw it down.
So, one by one, my petal fancies drown,
and all my unborn words
fall and flutter and sink, like wounded birds.
Cool waters close above them. Silver-grey,
the running waters hurry them away.

Robin Hyde (1906-1939)

Ah Signore...di Patrizia Valduga


 Ah Signore pietà, Cristo pietà,

per quest’anno di vita irredimita,

del suo sangue nel mio sangue, pietà,

della carne nella terra incarnita

fino a ansimare, per pietà, pietà!,

che vivo la sua vita seppellita,

che vivo inutilmente e inutilmente,

e la parola mi si perde o mente.

Ah padre mio, non faccio che tremare,

e stare dentro me col mio dolore,

piangermi in te, piangermi in te e tremare.

Ti prego, aiutami, pensa al mio cuore,

fammi uscire da me, fammi trovare

favole di pietà, versi d’amore…

Versi d’amore come ai miei vent’anni!

Padre, il mio cuore compie oggi due anni.

Oh, prima ch’io ritorni là con te,

fammi avere qualcosa da portare,

un piccolo qualcosa dentro me,

e non quest’ansia sola, e questo ansare.

Fa’ che possa portarti dentro me

qualcosa perchè possa ritornare

e dirti, padre: «Vedi che ho vissuto:

in me il tuo cuore, no, non si è perduto».

«Patrizia, adesso basta! Per favore.

Vuoi farla eterna quella stomatite?

E la tua forza d’animo? Di cuore?…

Basta con quelle ghiandole impazzite!

Non ricordi? È d’altro che si muore…

Adesso vivile le nostre vite!»

Papà, dimmelo ancora, è così vero…

Ridimmelo, ravvivami al mio vero.

Ecco, papà, io non so dare un nome

a questa nebbia che mi fuma intorno

e che mi nasce dentro e non so come

e mi impedisce la luce del giorno,

e senza nome vivo nel tuo nome,

nella tua luce che non fa più giorno

dal millenovecentonovantuno,

dal due dicembre, al sole di Belluno.

Oh! Angeli del tempo, vi scongiuro,

ridategli il suo volto e la sua voce,

ditegli di venire al limbo oscuro

dove fluisco verso la mia foce;

che senta la sua voce, vi scongiuro,

senza più tempo, senza terra e croce,

che non mi senta più così insensata

quando la mente si sarà calmata.

Papà, ho la rettocolite ulcerosa:

intercedi, proteggi, benedici.

Sanguino sempre, sempre più paurosa

del mio sangue, di tutto… Benedici.

E nella mente dove c’è ogni cosa

tornerò a quando eravamo felici,

stringerò la tua mano che conduce

al coraggio, e nel regno della luce.

Sono poveri versi di preghiera,

reliquia miserabile e funesta,

per sposare quell’alba alla mia sera

nella mia testa, in quello che mi resta

della testa, perchè ogni gioia vera

è stata solo dentro la mia testa,

e scrivo sangue invece di parole:

ritorna, alba di viole. Alba di viole!

Se ti avessi ascoltato quella volta,

io cocciuta, cocciuta ed incosciente,

la giovinezza che mi è stata tolta

me la sarei goduta corpo e mente.

Ma la maturità perchè mi è tolta?

Papà, io vivo vergognosamente

vecchia e malata e sempre adolescente

matta di un sogno che non vuol dir niente.

Palpito d’ali al limite del volo,

tu, palpito di piume tutto ali,

per questo giorno, per un giorno solo,

cavami via da questi criminali,

portami un po’ di giorno, un senso solo

in questa notte postuma di mali,

ché neanche la speranza mi è concessa,

ché vivo come ai piedi di me stessa.

(da "Requiem", Einaudi 2002)

Una poesia di Sohrab Sepehri


 



Bisogna chiudere il libro.

Bisogna passeggiare

nell’orizzonte esteso dell’attimo,

osservare il fiore,

percepire l’ambiguità.

Bisogna correre fino in fondo all’Essere,

fino al profumo terrestre del Nulla,

alla congiunzione di albero e Dio.

Sohrab Sepehri




mercoledì 4 febbraio 2026

Una poesia di David La Mantia


Sbagliano  strada  e  vengono da  me,

gli  occhi perduti  della  casalinga

che  non  sopporta  più  la  polvere,

i radar dei pipistrelli  impazziti

al rombo  degli  aerei, i  barbagianni

ciechi, i senza  casa,  le  comparse,

i micronizzati della  storia, pronti

a  sbagliare ancora ed  ancora, 

perché  sbagliare è  il nostro  destino 

e  la  strada  giusta per incontrarsi,

per dirsi  addio, per ritrovare

quel che  era, per ascoltare

le  parole che  non  devono

aver diritto  di parola.


David La Mantia

giovedì 29 gennaio 2026

Mario Rivero tradotto da Emilio Capaccio

BILANCIO
È terribile non trovare dove andare…
Delle case alcune sono distrutte,
senza letto, al buio e con ragnatele,
con lebbre sui muri e spettri tristi,
altre si innalzano, false come una scenografia.
Del palazzo o della casa incantata
vediamo la tappezzeria lisa, antiquata.
Non c’è bellezza in quel luogo, non c’è mistero,
e continuiamo il nostro cammino isolato,
nel giardino gocciola la fontana della stanchezza.
Ci sono locande che non si aprono più per noi,
con le quali abbiamo perso ogni contatto,
quando, privi di scuse, cerchiamo,
titubanti come uno straniero,
o persino come mendicanti, lontani, estranei…
È terribile non sapere dove andare,
alla fine del giorno morto,
nell’ora in cui talvolta si beve o si uccide.
Scoprire che non c’è sentiero,
non c’è strada, non c’è porta a cui bussare,
nel sorriso fatuo del trionfo,
o nel povero finale, consumata la Casa dell’Anima.

Traduzione di Emilio Capaccio

*

Mario Rivero (1935-2009)

BALANCE
Es terrible no encontrar a dónde ir...
De las casas unas están destruidas,
sin lecho, a oscuras y con telas de araña,
con lepras en los muros y con espectros tristes,
otras se alzan tan falsas como un decorado.
Del palacio o la casa encantada,
la tapicería vemos gastada, anticuada.
No hay belleza en aquel lugar, no hay misterio,
y continuamos nuestro aislado camino,
en el jardín gotea el surtidor del cansancio.
Hay posadas que ya no se abren más por nosotros,
con las que hemos perdido el contacto,
cuando exentos de excusa, buscamos,
titubeantes como un extranjero,
o aun como mendigos, lejanos, extraños...
Es terrible no saber a dónde ir,
al final del día muerto
a la hora en que a veces se bebe, o se mata.
Encontrar que no hay sendero,
no hay camino, no hay puerta, donde llamar,
en la fatua sonrisa del triunfo,
o en el pobre final, consumida ¡la Casa del Alma!