La paradossalità che accompagna ogni pagina dei Vangeli trova il suo punto culminante nel racconto del triduo pasquale. Il Figlio di Dio, redentore del mondo è dal mondo rifiutato, condannato come blasfemo e sovvertitore dell’ordine pubblico. E viene ucciso fuori dalle mura della città appeso ad una croce, «il supplizio più orrendo e doloroso», come ha sottolineato padre Francesco Patton nelle sue Meditazioni per il rito della Via Crucis al Colosseo, «riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio», una pena escogitata dai potenti della terra in modo da diventare “esemplare”. Ed è proprio questa via del rovesciamento assoluto che viene scelta da Dio per la redenzione di cui il mondo ha bisogno. Tutto questo nell’inconsapevolezza degli uomini che continuano la loro esistenza quotidiana distrattamente, spesso «senza sapere quello che fanno». Poi ci sono i governanti del mondo, i responsabili delle nazioni, che “usano” anche questa vicenda per i loro interessi, stringendo “amicizie” come quella tra Erode e Pilato, abituati come sono non a servire ma a servirsi di tutto, strumentalizzando ogni occasione, ogni persona.
Le parole delle cronache che accompagnano da sempre le vicende degli uomini, appaiono stanche, vuote di significato, insufficienti. Non di queste parole ha sete il cuore dell’uomo che ha invece sete e fame di infinito, che cerca non parole, ma una Parola che sia anche presenza, tutt’uno con la persona che la pronuncia. E la Parola di Dio, quella Parola che è Dio, letta e pronunciata nelle celebrazioni del triduo pasquale, è molto chiara rispetto alla «solita vecchia storia del mondo» perché la prende e la ribalta, mostrandoci un altro “esempio” quello del Figlio dell’Uomo e del suo modo di vivere fino alla fine e di morire offrendo la sua vita in riscatto per molti.
Nell’omelia per la Missa in Coena Domini Papa Leone ha parlato di questo ribaltamento, di questo “scardinamento”: «Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza» e ha sottolineato il suo farsi servo: «noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio [...] Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto».
Uno scardinamento che diventa smascheramento della logica, illusoria, del potere umano come evidenzia padre Francesco Patton all’inizio delle Meditazioni: «Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento». La via della croce è la paradossale strada che rovesciando la logica del mondo lo redime, spezzando le catene che gli uomini stessi tendono a costruire.
Leone XIV lo ha detto chiaramente nell’omelia della messa crismale di giovedì mattina: «La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova».
Il Papa parla di imperialismo, parola oggi tristemente tornata di moda. L’antidoto a questa eterna tentazione è la via mistica. Il teologo Rahner parlava di un cristianesimo del futuro che poteva essere inevitabilmente mistico. E Carlo Ossola, nel suo saggio sulla mistica Il fuoco della pietra, osserva che tutti i mistici sono quegli «inutili giusti» che rimangono «una frontiera opposta ai regni del profitto». Il cristiano si pone alla frontiera del mondo e già intravede il germoglio di una nuova creazione a cui cerca con tutti i suoi limiti di partecipare attivamente. Questa nuova creazione avviene, sorprendentemente e quotidianamente, spesso nel nascondimento, quando una persona compie un gesto di misericordia, disarmandosi dalla propria aggressività, ogni volta quando, dice il Papa, «non pretendiamo di dominare noi i tempi di Dio, ma abbiamo fiducia nello Spirito Santo» e allora succede che possiamo sperimentare tante e tante “risurrezioni”, «quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra!».
Spesso si dice che viviamo tempi di grande aggressività, è vero, ma non sembra questa una grande novità, il male non lo è mai. La novità ha a che fare con il bene e si cela nella possibilità di una risposta diversa, quella a cui è chiamato il cristiano seguendo l’esempio del Figlio di Dio che si è fatto servo, come ha ricordato fra Roberto Pasolini nell’omelia del venerdì santo: «Siamo tutti tentati sempre, continuamente di usare un po’ di aggressività, un po’ di violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non si risolvono mai. Il Servo del Signore non può cedere a questo istinto: dovrà custodire la mitezza come unica forza per affrontare le tenebre del male».
La via dell’umiltà, la via della mitezza, sono le vie paradossali che suonano controcorrente e rimettono il mondo in cammino, lo fanno procedere in avanti e in alto, non indietro e in una spirale che si accartoccia sempre di più. Umiltà e mitezza sono le parole che scaturiscono dalla Parola che è Cristo, mite e umile di cuore, quella Parola di cui ancora oggi ha sete l’anima di ogni essere vivente.
Andrea Monda
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