martedì 30 dicembre 2025

Da "Note intime" di Marie Noel


Ho reso grazie tante volte a Dio per la Luce!

Ma quanto umilmente Gli renderò grazie per il Mistero!

E quanto dolcemente terrò la mia presenza al riparo da Dio nell'ombra di Dio.

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Credo alla Concordia, credo all'Amore degli inizi.

Tutto il mio segno è nell'Ostia, quel boccone divino dove si riconciliano la fame, il voler-vivere, e l'Amore, il voler-nutrire...E morire

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Ci sono giorno in cui Dio è tutto per me.

Ci sono giorni in cui Dio non è niente per me, come se, anch'io, in quei giorni, non fossi che una creatura animale o vegetale...un animale che trema o che canta, una pianta che non ha bisogno di nient'altro che di aria, di acqua e di sole.

Ci sono giorni in cui non ho un'anima.

Giorni di gioco...giorni di poesia...giorni di vacanza!

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Sia fatta la tua volontà, non la mia.

Giacché non ho una mia volontà, ma nient'altro che una oscillazione inquieta tra il vero e il falso, tra il bene e il male.

Ma soffrire mi ristabilisce nella pace. Poiché Tu hai scelto per me.


mercoledì 24 dicembre 2025

Certo che è difficile, di Karin Boye ...

 

Karin Boye


Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?

Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.

Cosa di nuovo ora consuma e spinge?

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,

male a ciò che cresce

male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.

Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese

si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano

il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.

Difficile essere incerti, timorosi e divisi,

difficile sentire il profondo che trae, che chiama

e lì restare ancora e tremare soltanto

difficile voler stare

e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta

si rompono esultando i boccioli dell’albero,

allora, quando il timore non più trattiene,

cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,

dimenticano la vecchia paura del nuovo

dimenticano l’apprensione del viaggio –

conoscono in un attimo la più grande serenità

riposano in quella fiducia

che crea il mondo.


                                                         Traduzione di Valeria Marcheschi

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Karin Maria Boye è stata una scrittrice, poetessa e critica letteraria svedese. Conosciuta principalmente per i suoi componimenti poetici, sperimentò anche altri generi letterari, come il saggio e il romanzo. L'opera che la rese nota a livello internazionale è il romanzo distopico Kallocaina pubblicato nel 1940.

domenica 21 dicembre 2025

Norman MacCaig tradotto da Emilio Capaccio

 

Norman MacCaig (1910-1996)


NOVEMBER NIGHT, EDINBURGH

The night tinkles like ice in glasses.
Leaves are glued to the pavement with frost.
The brown air fumes at the shop windows,
Tries the doors, and sidles past.
I gulp down winter raw. The heady
Darkness swirls with tenements.
In a brown fuzz of cottonwool
Lamps fade up crags, die into pits.
Frost in my lungs is harsh as leaves
Scraped up on paths. – I look up, there,
A high roof sails, at the mast-head
Fluttering a grey and ragged star.
The world’s a bear shrugged in his den.
It’s snug and close in the snoring night.
And outside like chrysanthemums
The fog unfolds its bitter scent.


NOTTE DI NOVEMBRE, EDIMBURGO

Tintinna la sera come ghiaccio nei bicchieri.
Sul lastrico le foglie sono incollate dal gelo.
L’aria scura fuma dalle vetrine,
annaspa alle porte e va stortamente.
Mando giù crudo l’inverno. L’oscurità
inebriante turbina dai caseggiati.
In una lanugine opaca le luci
si smorzano sulle guglie, muoiono nei fossi.
Il gelo nei polmoni è ruvido come le foglie
raschiate per i viali. ― Guardo su,
alte vele i tetti, alla testa d’albero
sventola una grigia e logora stella.
Il mondo è un orso nella tana tranquilla.
A suo agio, vicino al russare della notte.
E fuori come di crisantemi
la nebbia sparge il suo profumo amaro.

*
Emilio Capaccio

martedì 16 dicembre 2025

Sul filo di Dio....



 

La speranza è piombo

fuso in fondo al cuore,

è la lama di Dio, sepolta

dentro un vuoto d’amore.



Ci coglie quasi sempre di sorpresa l’idea di Dio, annidata tra reti di sinapsi che allungano tentacoli nel buio, come tele di ragno fatte e disfatte di continuo. Il rumore del mondo si placa all’improvviso e un profumo d’incenso t’inebria i sensi di memoria antica, una dolcezza nuova ti dischiude al senso misterioso delle cose. Allora ogni forma si anima di vita, il reale viene a patti col senso riposto delle cose, il dolore promette risarcimenti eterni, talmente grandi da non poterli contenere col pensiero.

Provo una profonda invidia per chi si porta dentro al cuore questa sospesa luce, questa speranza sottile soffusa di parola, questa proiezione futuribile che permea di sé la dimensione dell’attesa. Così mi ritrovo a cercarla di nascosto, in certi momenti privilegiati di stupore, come qualcosa di perenne e di smarrito assieme a una purezza giovanile di pensiero. E allora mi sembra d’averlo consumato lento questo dono come cera calda d’una candela sempre accesa, a un certo punto la luce è diventata fioca e ho cominciato a scambiare fumo sottile con calore. Sarà che mi capita meno spesso di pregare, di confessare ai miei pensieri di aver ridotto a fiammelle i fuochi accesi in fondo al cuore; sarà che le speranze scemano pian piano e si distorcono col tempo come le sillabe finali delle preghiere più remote, quando cedono il passo al ritmo confortante dei rosari. Sarà che per pregare bisogna imparare a tralasciare l’animale che vive sulla terra e ad aprire l’anima al bianco d’una pagina priva di immaginazione, rimettere tutto all’opera d’uno scrittore superiore, convincersi che non si è mai veramente autori di un cammino ma solo comparse d’una regia capace d’orchestrare l’infinito:

Se parlo per i morti, devo lasciare

questo animale del mio corpo,

devo scrivere e riscrivere la stessa poesia,

perché una pagina vuota è la bandiera bianca della loro resa.

Se parlo per loro, devo camminare sull’orlo

di me stesso, devo vivere come un cieco

che corre attraverso le stanze senza

toccare i mobili.

Sì, vivo comunque. Attraverso le strade chiedendo “In che anno siamo?”

Posso danzare nel sonno e ridere

davanti allo specchio.

Perfino il sonno è una preghiera, Signore,

io loderò la tua pazzia, e

in una lingua non mia parlerò

di musica che ci sveglia, musica

nella quale ci muoviamo. Poiché qualunque cosa io dica

è una specie di petizione, e i giorni più bui

li devo lodare.

[Ilya KaminskyPreghiera dell’autore da Danzare a Odessa, La nave di Teseo, 2023]

Ricordo ancora quando lessi la prima volta questa poesia di Kaminsky, ero sugli spalti del teatro greco di Siracusa e aspettavo che iniziasse l’Edipo re di Sofocle; aspettavo, insomma, che tornasse a prendere corpo, con millennaria dedizione, quella distanza enorme che separa la contingenza umana dalla divina perfezione. La notifica di un mio caro amico - cui dovrò sempre il dono di letture assai preziose - distendeva a dismisura lo spazio di sospensione della pagina; Dio e l’uomo mi s’incontravano intorno per dissertare sull’ignoto; tra la folla, la magia religiosa d’un silenzio solitario mi soffiava incanto sulle tempie come vento.

I giorni più bui li devo lodare” così Kaminski, divenuto sordo a soli quattro anni, imparava a riempire il suo silenzio di voci sterminate: quelle del suo popolo e del suo paese sfortunato, cui il poeta si stringe come un’unica famiglia sconfinata, voce accolta e al mondo, per sua interposta persona, riferita. Per questa strada il danno può farsi rinascita secondo una nuova prospettiva. Forse, l’idea di Dio da custodire è proprio questa: imparare a lodare il buio al pari della luce, a chiamare assieme bene e male a condividere il nostro destino di creature temporanee. Così c’è chi riesce a dare un nome eterno a ogni esperienza di gioia e di dolore, c’è chi riesce a trasformare in Dio ogni granello di polvere sul cuore:

 

Tutto, Signore, ti offro

di questa scacchiera impazzita:

le ore, la derelizione,

e queste mie forti paure.

Tutto, Signore, ti apro

dentro il mio liquido cuore,

che smuove, che sugge,

che vuole – senza sapere

per quanto o sin dove...!

[Miriam BruniTutto, Signore, ti offro da Concentrati sul cromosoma celeste, Controluna,

2022]

 

Concèntrati sul cromosoma celeste recita il titolo d’una raccolta riposta col garbo delle cose preziose sopra il comodino, in copertina porta il nome d’una poeta amica e ogni sua pagina m’è subito parsa pervasa da un senso di epifania sospesa, dalla fiduciosa attesa di un ristoro. Perché l’idea di Dio vuol pure dire saper tornare indietro, fino all’idea bambina d’un palpito irrazionale della vita; vuol dire abbandonarsi, come si faceva un tempo, lasciandosi cadere fra le braccia tese del compagno di giochi più sincero. È gridare: “Prendimi” - senza la preoccupazione di voltarsi indietro:

 

Prendimi

come fa il sole

quando

possiede la siepe

e ne muta

finanche il colore.

[Miriam Bruni, Prendimi, Ivi]

 

Esala da queste poesie un calore che appartiene alla sfera quotidiana; un Dio lontano - si direbbe - da spinose questioni di guerre, di torture, di ingiustizie onnipresenti e reiterate, un Dio essente per natura che permea di sé ogni anelito di vita:

 

Calda di doccia

ascolto il respiro

che mi solleva lo sterno.

E penso alle mani,

alle mani

dell’Eterno

[Miriam Bruni, Calda di doccia, Ivi]

Credo che un Dio così ti chieda solo per restituirti indietro, credo sia luce che attraversa e indora finanche le inferriate, vento che ti solleva in alto e ti tramuta in potenza sinergica a ogni terracquea creatura. Quindi, resta concentràto sul cromosona celeste - sembra suggerire con sottile ambiguità di titolo la mia poeta amica - su quel briciolo di eternità che ti fa aspirare a grandi cose, perché al di là d’ogni apparenza di omogeneità banale:

Siamo chiese

affrescate

riccamente

Ma fuori

come case

nel mondo

indifferente

[Miriam Bruni, Siamo chiese, Ivi]

Che si ricami dentro l’idea di Dio? come un filo sottile che scorre veloce tra le mani, poteva essere una semplice cimosa sull’orlo indifferente d’un tessuto e invece hai pensato di farne un angelo dalle ali d’oro o un vassoio ricco di frutta prelibata o un fiore che si ripete con raffinata precisione sulla tela. Un Filo sottile può restare solo un filo oppure – ebbe meravigliosamente a dire qualcuno - portare su di sé il carico enorme di un magnifico decoro:

 

La mia fede

è un carico enorme

appeso a un filo sottile,

proprio come un ragno

appende i suoi piccoli a una tela fine,

proprio come dalla vite,

esile e rigida,

pendono grappoli

come occhi,

come molti angeli

danzano su una capocchia di spillo.

Dio non chiede troppo filo

per restare qui;

solo una venuzza

e sangue che vi scorra

e un po’ d’amore.

Come qualcuno ha detto:

l’amore e la tosse

non si possono nascondere.

Neppure un colpetto di tosse

neppure un amore minimo.

Perciò se hai solo un filo sottile

a Dio non importa:

Lui te lo troverai tra le mani facilmente

proprio come una volta con dieci centesimi

ti potevi prendere una Coca.

[Anne SextonFilo sottile in Il libro della follia, La nave di Teseo, 2021]

 

Bigliografia

Miriam Bruni, Concentrati sul cromosoma celeste, Controluna, 2022

Ilya Kaminsky, Danzare a Odessa, La nave di Teseo, 2023

Anne Sexton, Filo sottile in Il libro della follia, La nave di Teseo, 2021

La foto di apertura è di Miriam Bruni.

lunedì 15 dicembre 2025

MiryArt

 



La storia di Pearl S. Buck

 

Scrisse oltre settanta libri.
Adottò sette figli di razze diverse.
Lottò per i diritti civili, delle donne, delle persone disabili.
Fondò Welcome House, la prima agenzia di adozione interrazziale d’America.
Morì nel 1973.
Carol visse altri vent’anni: al sicuro, curata, amata. Esattamente come Pearl aveva promesso.
La sua storia ci insegna questo:
non sempre i capolavori nascono dall’ispirazione.
A volte nascono dalla fame.
Dal dolore.
Dall’amore più puro, disperato, indistruttibile.
La buona terra non fu scritta per diventare un successo.
Fu scritta perché una madre non aveva altra scelta.
E quella scelta cambiò la letteratura.
Cambiò la percezione di un popolo.
Cambiò il mondo.
Pearl S. Buck ci ha mostrato che, quando l’amore è abbastanza forte,
può spostare montagne.

Marco Guzzi sulla...pazienza (!)

Sento con forza in questi giorni il valore della pazienza, la profondità del suo significato.

Pazientare infatti non significa altro che patire il tempo, sopportarne il peso.
Il tempo pesa.
C'è nell'esistenza terrena, che è interamente segnata dalla temporalità mortale, e cioè dalla nostra finitezza, un elemento di peso, un peso intrinseco da sopportare, e questa sopportazione richiede appunto tanta pazienza, tanta capacità di soffrire.
La pazienza in tal senso non ha proprio nulla a che vedere con un vago tirare avanti o tirare la carretta o tirare a campare, essa piuttosto è imparentata con la passione, con il pathos più estremo, e in una certa misura anche con la pazzia.
Pazienza, passione, pazzia per attraversare il tempo, anche nel senso di attraversarne la soglia, superarla verso l'intemporale, l'Area in cui sfuma ogni nostro patire, e ove la nostra pazienza viene sempre di nuovo premiata.
Forse proprio a questo miracolo pensava san Giacomo quando scrisse: "E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla" (Gc 1,4).
Marco Guzzi

venerdì 12 dicembre 2025

Due poesie di Rilke


Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro

di te – come l’inverno che appunto se ne va.

Perché tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito

che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa.

Sii sempre morto in Euridice – innalzati cantando

e, nella pura relazione, ridiscendi celebrando!

Qui tra quelli che svaniscono, nel regno del declino,

sii risonante cristallo che già nel suono s’è infranto.

Sii – e insieme sappi la condizione del non-essere,

fondamento interminato della tua interna oscillazione –

che tu possa compierla appieno, quest’unica volta.

Alle risorse già usate, come a quelle oscure e mute

della natura ricolma, alle somme indicibili,

aggiungi con gioia te stesso, pareggia il conto!


****


Un albero si leva – o puro sovrastare!

Come canta Orfeo! – e il grande albero è in ascolto!

E tutto fu silenzio. Ma proprio in quel tacere

avvenne un nuovo inizio, cenno, mutamento.

Irruppero animali dalla quiete, dal chiaro

bosco liberato, da tane e nascondigli

e fu palese: non per astuzia o per timore

erano in sé così raccolti, ma – per l’ascolto.

Ruggito, grido, bramito, allora

parve ben poca cosa ai loro cuori.

E nell’orecchio – che era appena una spelonca,

un anfratto del più oscuro desiderio

con l’entrata dalla porta scardinata –

tu creasti per loro un santuario.

martedì 9 dicembre 2025

Eliah Hart sulla gentilezza

Sai cos’è difficile, oggi?

Restare limpidi

in un mondo che ti chiede di indurirti.

La gentilezza

non è un lusso,

non è un orpello di galateo.

È una lotta silenziosa,

un coraggio che non fa rumore.

Gentile è chi sorride senza motivo

quando avrebbe mille ragioni 

per chiudersi.

Chi non si arrende al cinismo

che divora ogni angolo di fiducia.

La gentilezza non chiede applausi,

non cerca medaglie.

È un filo sottile

che tiene insieme gli sguardi,

che ricuce ferite invisibili,

che fa spazio al respiro.

È una scelta,

ogni giorno,

di non restituire pugni,

di non somigliare a chi distrugge,

di restare umani

anche quando sembra impossibile.

E allora sì,

la gentilezza è fatica,

è il contrario dell’indifferenza,

è un “ti vedo” sussurrato 

a chi crede di non contare.

È un silenzio che non giudica,

un gesto che consola,

un tempo regalato senza prezzo.

Perché senza gentilezza

la vita si svuota,

diventa ingranaggio,

diventa sopravvivenza fredda.

Con la gentilezza, invece,

anche il dolore trova una sedia,

anche la solitudine si fa meno nera.

La gentilezza

è l’ultima ribellione possibile.

È il cuore che batte ancora,

anche quando il mondo

ti spinge a spegnerlo.


- da "L'ultima Ribellione"