martedì 30 dicembre 2025

Da "Note intime" di Marie Noel


Ho reso grazie tante volte a Dio per la Luce!

Ma quanto umilmente Gli renderò grazie per il Mistero!

E quanto dolcemente terrò la mia presenza al riparo da Dio nell'ombra di Dio.

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Credo alla Concordia, credo all'Amore degli inizi.

Tutto il mio segno è nell'Ostia, quel boccone divino dove si riconciliano la fame, il voler-vivere, e l'Amore, il voler-nutrire...E morire

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Ci sono giorno in cui Dio è tutto per me.

Ci sono giorni in cui Dio non è niente per me, come se, anch'io, in quei giorni, non fossi che una creatura animale o vegetale...un animale che trema o che canta, una pianta che non ha bisogno di nient'altro che di aria, di acqua e di sole.

Ci sono giorni in cui non ho un'anima.

Giorni di gioco...giorni di poesia...giorni di vacanza!

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Sia fatta la tua volontà, non la mia.

Giacché non ho una mia volontà, ma nient'altro che una oscillazione inquieta tra il vero e il falso, tra il bene e il male.

Ma soffrire mi ristabilisce nella pace. Poiché Tu hai scelto per me.


mercoledì 24 dicembre 2025

Certo che è difficile, di Karin Boye ...

 

Karin Boye


Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?

Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.

Cosa di nuovo ora consuma e spinge?

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,

male a ciò che cresce

male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.

Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese

si aggrappano al piccolo ramo, si gonfiano, scivolano

il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.

Difficile essere incerti, timorosi e divisi,

difficile sentire il profondo che trae, che chiama

e lì restare ancora e tremare soltanto

difficile voler stare

e volere cadere.

Allora, quando più niente aiuta

si rompono esultando i boccioli dell’albero,

allora, quando il timore non più trattiene,

cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,

dimenticano la vecchia paura del nuovo

dimenticano l’apprensione del viaggio –

conoscono in un attimo la più grande serenità

riposano in quella fiducia

che crea il mondo.


                                                         Traduzione di Valeria Marcheschi

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Karin Maria Boye è stata una scrittrice, poetessa e critica letteraria svedese. Conosciuta principalmente per i suoi componimenti poetici, sperimentò anche altri generi letterari, come il saggio e il romanzo. L'opera che la rese nota a livello internazionale è il romanzo distopico Kallocaina pubblicato nel 1940.

domenica 21 dicembre 2025

Norman MacCaig tradotto da Emilio Capaccio

 

Norman MacCaig (1910-1996)


NOVEMBER NIGHT, EDINBURGH

The night tinkles like ice in glasses.
Leaves are glued to the pavement with frost.
The brown air fumes at the shop windows,
Tries the doors, and sidles past.
I gulp down winter raw. The heady
Darkness swirls with tenements.
In a brown fuzz of cottonwool
Lamps fade up crags, die into pits.
Frost in my lungs is harsh as leaves
Scraped up on paths. – I look up, there,
A high roof sails, at the mast-head
Fluttering a grey and ragged star.
The world’s a bear shrugged in his den.
It’s snug and close in the snoring night.
And outside like chrysanthemums
The fog unfolds its bitter scent.


NOTTE DI NOVEMBRE, EDIMBURGO

Tintinna la sera come ghiaccio nei bicchieri.
Sul lastrico le foglie sono incollate dal gelo.
L’aria scura fuma dalle vetrine,
annaspa alle porte e va stortamente.
Mando giù crudo l’inverno. L’oscurità
inebriante turbina dai caseggiati.
In una lanugine opaca le luci
si smorzano sulle guglie, muoiono nei fossi.
Il gelo nei polmoni è ruvido come le foglie
raschiate per i viali. ― Guardo su,
alte vele i tetti, alla testa d’albero
sventola una grigia e logora stella.
Il mondo è un orso nella tana tranquilla.
A suo agio, vicino al russare della notte.
E fuori come di crisantemi
la nebbia sparge il suo profumo amaro.

*
Emilio Capaccio

martedì 16 dicembre 2025

Sul filo di Dio....



 

La speranza è piombo

fuso in fondo al cuore,

è la lama di Dio, sepolta

dentro un vuoto d’amore.



Ci coglie quasi sempre di sorpresa l’idea di Dio, annidata tra reti di sinapsi che allungano tentacoli nel buio, come tele di ragno fatte e disfatte di continuo. Il rumore del mondo si placa all’improvviso e un profumo d’incenso t’inebria i sensi di memoria antica, una dolcezza nuova ti dischiude al senso misterioso delle cose. Allora ogni forma si anima di vita, il reale viene a patti col senso riposto delle cose, il dolore promette risarcimenti eterni, talmente grandi da non poterli contenere col pensiero.

Provo una profonda invidia per chi si porta dentro al cuore questa sospesa luce, questa speranza sottile soffusa di parola, questa proiezione futuribile che permea di sé la dimensione dell’attesa. Così mi ritrovo a cercarla di nascosto, in certi momenti privilegiati di stupore, come qualcosa di perenne e di smarrito assieme a una purezza giovanile di pensiero. E allora mi sembra d’averlo consumato lento questo dono come cera calda d’una candela sempre accesa, a un certo punto la luce è diventata fioca e ho cominciato a scambiare fumo sottile con calore. Sarà che mi capita meno spesso di pregare, di confessare ai miei pensieri di aver ridotto a fiammelle i fuochi accesi in fondo al cuore; sarà che le speranze scemano pian piano e si distorcono col tempo come le sillabe finali delle preghiere più remote, quando cedono il passo al ritmo confortante dei rosari. Sarà che per pregare bisogna imparare a tralasciare l’animale che vive sulla terra e ad aprire l’anima al bianco d’una pagina priva di immaginazione, rimettere tutto all’opera d’uno scrittore superiore, convincersi che non si è mai veramente autori di un cammino ma solo comparse d’una regia capace d’orchestrare l’infinito:

Se parlo per i morti, devo lasciare

questo animale del mio corpo,

devo scrivere e riscrivere la stessa poesia,

perché una pagina vuota è la bandiera bianca della loro resa.

Se parlo per loro, devo camminare sull’orlo

di me stesso, devo vivere come un cieco

che corre attraverso le stanze senza

toccare i mobili.

Sì, vivo comunque. Attraverso le strade chiedendo “In che anno siamo?”

Posso danzare nel sonno e ridere

davanti allo specchio.

Perfino il sonno è una preghiera, Signore,

io loderò la tua pazzia, e

in una lingua non mia parlerò

di musica che ci sveglia, musica

nella quale ci muoviamo. Poiché qualunque cosa io dica

è una specie di petizione, e i giorni più bui

li devo lodare.

[Ilya KaminskyPreghiera dell’autore da Danzare a Odessa, La nave di Teseo, 2023]

Ricordo ancora quando lessi la prima volta questa poesia di Kaminsky, ero sugli spalti del teatro greco di Siracusa e aspettavo che iniziasse l’Edipo re di Sofocle; aspettavo, insomma, che tornasse a prendere corpo, con millennaria dedizione, quella distanza enorme che separa la contingenza umana dalla divina perfezione. La notifica di un mio caro amico - cui dovrò sempre il dono di letture assai preziose - distendeva a dismisura lo spazio di sospensione della pagina; Dio e l’uomo mi s’incontravano intorno per dissertare sull’ignoto; tra la folla, la magia religiosa d’un silenzio solitario mi soffiava incanto sulle tempie come vento.

I giorni più bui li devo lodare” così Kaminski, divenuto sordo a soli quattro anni, imparava a riempire il suo silenzio di voci sterminate: quelle del suo popolo e del suo paese sfortunato, cui il poeta si stringe come un’unica famiglia sconfinata, voce accolta e al mondo, per sua interposta persona, riferita. Per questa strada il danno può farsi rinascita secondo una nuova prospettiva. Forse, l’idea di Dio da custodire è proprio questa: imparare a lodare il buio al pari della luce, a chiamare assieme bene e male a condividere il nostro destino di creature temporanee. Così c’è chi riesce a dare un nome eterno a ogni esperienza di gioia e di dolore, c’è chi riesce a trasformare in Dio ogni granello di polvere sul cuore:

 

Tutto, Signore, ti offro

di questa scacchiera impazzita:

le ore, la derelizione,

e queste mie forti paure.

Tutto, Signore, ti apro

dentro il mio liquido cuore,

che smuove, che sugge,

che vuole – senza sapere

per quanto o sin dove...!

[Miriam BruniTutto, Signore, ti offro da Concentrati sul cromosoma celeste, Controluna,

2022]

 

Concèntrati sul cromosoma celeste recita il titolo d’una raccolta riposta col garbo delle cose preziose sopra il comodino, in copertina porta il nome d’una poeta amica e ogni sua pagina m’è subito parsa pervasa da un senso di epifania sospesa, dalla fiduciosa attesa di un ristoro. Perché l’idea di Dio vuol pure dire saper tornare indietro, fino all’idea bambina d’un palpito irrazionale della vita; vuol dire abbandonarsi, come si faceva un tempo, lasciandosi cadere fra le braccia tese del compagno di giochi più sincero. È gridare: “Prendimi” - senza la preoccupazione di voltarsi indietro:

 

Prendimi

come fa il sole

quando

possiede la siepe

e ne muta

finanche il colore.

[Miriam Bruni, Prendimi, Ivi]

 

Esala da queste poesie un calore che appartiene alla sfera quotidiana; un Dio lontano - si direbbe - da spinose questioni di guerre, di torture, di ingiustizie onnipresenti e reiterate, un Dio essente per natura che permea di sé ogni anelito di vita:

 

Calda di doccia

ascolto il respiro

che mi solleva lo sterno.

E penso alle mani,

alle mani

dell’Eterno

[Miriam Bruni, Calda di doccia, Ivi]

Credo che un Dio così ti chieda solo per restituirti indietro, credo sia luce che attraversa e indora finanche le inferriate, vento che ti solleva in alto e ti tramuta in potenza sinergica a ogni terracquea creatura. Quindi, resta concentràto sul cromosona celeste - sembra suggerire con sottile ambiguità di titolo la mia poeta amica - su quel briciolo di eternità che ti fa aspirare a grandi cose, perché al di là d’ogni apparenza di omogeneità banale:

Siamo chiese

affrescate

riccamente

Ma fuori

come case

nel mondo

indifferente

[Miriam Bruni, Siamo chiese, Ivi]

Che si ricami dentro l’idea di Dio? come un filo sottile che scorre veloce tra le mani, poteva essere una semplice cimosa sull’orlo indifferente d’un tessuto e invece hai pensato di farne un angelo dalle ali d’oro o un vassoio ricco di frutta prelibata o un fiore che si ripete con raffinata precisione sulla tela. Un Filo sottile può restare solo un filo oppure – ebbe meravigliosamente a dire qualcuno - portare su di sé il carico enorme di un magnifico decoro:

 

La mia fede

è un carico enorme

appeso a un filo sottile,

proprio come un ragno

appende i suoi piccoli a una tela fine,

proprio come dalla vite,

esile e rigida,

pendono grappoli

come occhi,

come molti angeli

danzano su una capocchia di spillo.

Dio non chiede troppo filo

per restare qui;

solo una venuzza

e sangue che vi scorra

e un po’ d’amore.

Come qualcuno ha detto:

l’amore e la tosse

non si possono nascondere.

Neppure un colpetto di tosse

neppure un amore minimo.

Perciò se hai solo un filo sottile

a Dio non importa:

Lui te lo troverai tra le mani facilmente

proprio come una volta con dieci centesimi

ti potevi prendere una Coca.

[Anne SextonFilo sottile in Il libro della follia, La nave di Teseo, 2021]

 

Bigliografia

Miriam Bruni, Concentrati sul cromosoma celeste, Controluna, 2022

Ilya Kaminsky, Danzare a Odessa, La nave di Teseo, 2023

Anne Sexton, Filo sottile in Il libro della follia, La nave di Teseo, 2021

La foto di apertura è di Miriam Bruni.

lunedì 15 dicembre 2025

MiryArt

 



La storia di Pearl S. Buck

 

Scrisse oltre settanta libri.
Adottò sette figli di razze diverse.
Lottò per i diritti civili, delle donne, delle persone disabili.
Fondò Welcome House, la prima agenzia di adozione interrazziale d’America.
Morì nel 1973.
Carol visse altri vent’anni: al sicuro, curata, amata. Esattamente come Pearl aveva promesso.
La sua storia ci insegna questo:
non sempre i capolavori nascono dall’ispirazione.
A volte nascono dalla fame.
Dal dolore.
Dall’amore più puro, disperato, indistruttibile.
La buona terra non fu scritta per diventare un successo.
Fu scritta perché una madre non aveva altra scelta.
E quella scelta cambiò la letteratura.
Cambiò la percezione di un popolo.
Cambiò il mondo.
Pearl S. Buck ci ha mostrato che, quando l’amore è abbastanza forte,
può spostare montagne.

Marco Guzzi sulla...pazienza (!)

Sento con forza in questi giorni il valore della pazienza, la profondità del suo significato.

Pazientare infatti non significa altro che patire il tempo, sopportarne il peso.
Il tempo pesa.
C'è nell'esistenza terrena, che è interamente segnata dalla temporalità mortale, e cioè dalla nostra finitezza, un elemento di peso, un peso intrinseco da sopportare, e questa sopportazione richiede appunto tanta pazienza, tanta capacità di soffrire.
La pazienza in tal senso non ha proprio nulla a che vedere con un vago tirare avanti o tirare la carretta o tirare a campare, essa piuttosto è imparentata con la passione, con il pathos più estremo, e in una certa misura anche con la pazzia.
Pazienza, passione, pazzia per attraversare il tempo, anche nel senso di attraversarne la soglia, superarla verso l'intemporale, l'Area in cui sfuma ogni nostro patire, e ove la nostra pazienza viene sempre di nuovo premiata.
Forse proprio a questo miracolo pensava san Giacomo quando scrisse: "E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla" (Gc 1,4).
Marco Guzzi

venerdì 12 dicembre 2025

Due poesie di Rilke


Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro

di te – come l’inverno che appunto se ne va.

Perché tra i tanti inverni c’è un inverno talmente infinito

che, se il tuo cuore lo sverna, allora sopporta ogni cosa.

Sii sempre morto in Euridice – innalzati cantando

e, nella pura relazione, ridiscendi celebrando!

Qui tra quelli che svaniscono, nel regno del declino,

sii risonante cristallo che già nel suono s’è infranto.

Sii – e insieme sappi la condizione del non-essere,

fondamento interminato della tua interna oscillazione –

che tu possa compierla appieno, quest’unica volta.

Alle risorse già usate, come a quelle oscure e mute

della natura ricolma, alle somme indicibili,

aggiungi con gioia te stesso, pareggia il conto!


****


Un albero si leva – o puro sovrastare!

Come canta Orfeo! – e il grande albero è in ascolto!

E tutto fu silenzio. Ma proprio in quel tacere

avvenne un nuovo inizio, cenno, mutamento.

Irruppero animali dalla quiete, dal chiaro

bosco liberato, da tane e nascondigli

e fu palese: non per astuzia o per timore

erano in sé così raccolti, ma – per l’ascolto.

Ruggito, grido, bramito, allora

parve ben poca cosa ai loro cuori.

E nell’orecchio – che era appena una spelonca,

un anfratto del più oscuro desiderio

con l’entrata dalla porta scardinata –

tu creasti per loro un santuario.

martedì 9 dicembre 2025

Eliah Hart sulla gentilezza

Sai cos’è difficile, oggi?

Restare limpidi

in un mondo che ti chiede di indurirti.

La gentilezza

non è un lusso,

non è un orpello di galateo.

È una lotta silenziosa,

un coraggio che non fa rumore.

Gentile è chi sorride senza motivo

quando avrebbe mille ragioni 

per chiudersi.

Chi non si arrende al cinismo

che divora ogni angolo di fiducia.

La gentilezza non chiede applausi,

non cerca medaglie.

È un filo sottile

che tiene insieme gli sguardi,

che ricuce ferite invisibili,

che fa spazio al respiro.

È una scelta,

ogni giorno,

di non restituire pugni,

di non somigliare a chi distrugge,

di restare umani

anche quando sembra impossibile.

E allora sì,

la gentilezza è fatica,

è il contrario dell’indifferenza,

è un “ti vedo” sussurrato 

a chi crede di non contare.

È un silenzio che non giudica,

un gesto che consola,

un tempo regalato senza prezzo.

Perché senza gentilezza

la vita si svuota,

diventa ingranaggio,

diventa sopravvivenza fredda.

Con la gentilezza, invece,

anche il dolore trova una sedia,

anche la solitudine si fa meno nera.

La gentilezza

è l’ultima ribellione possibile.

È il cuore che batte ancora,

anche quando il mondo

ti spinge a spegnerlo.


- da "L'ultima Ribellione"

giovedì 20 novembre 2025

La storia di coraggio e amore di Elisabetta Marino


Lei seppellì suo marito di lunedì.

Mercoledì diede alla luce la sua bambina.
E venerdì già bussava alle porte, con la neonata legata sulla schiena… perché la parola resa non esisteva nel suo vocabolario.
Primavera, 1887. Campobasso.
Elisabetta Marino aveva solo ventidue anni quando il tifo le portò via il marito in tre giorni spietati.
Era all’ottavo mese di gravidanza, aveva solo qualche soldo in tasca e conosceva appena due persone in città – nessuna in grado di aiutarla.
Il funerale fu pagato a credito, un debito che non avrebbe mai potuto estinguere.
Due giorni dopo, in una stanza in affitto, buia e impregnata di polvere e dolore, sua figlia nacque in anticipo e gridò forte:
una neonata venuta al mondo in un luogo che non si aspettava che loro sopravvivessero nemmeno al primo anno.
La maggior parte delle donne nella sua condizione aveva solo tre opzioni: risposarsi in fretta, tornare dalla famiglia o scomparire nella miseria.
Elisabetta non aveva una famiglia.
E non si sarebbe mai sposata per un tetto sulla testa o per un piatto di minestra.
Così scelse una quarta possibilità…
quella che non si legge nei libri di storia,
perché ogni sera abbatte una donna
e ogni mattina la costringe a rialzarsi.
Lei lavorò. Lavorò. E lavorò.
Raccoglieva panni da lavare – strofinava i vestiti degli sconosciuti in una tinozza finché le mani non le sanguinavano,
mentre la bambina dormiva in una cassetta foderata con vecchi sacchi di juta.
Quando non bastava, puliva le osterie prima dell’alba –
rimuoveva vino versato, lacrime secche e sangue rappreso prima che la “brava gente” aprisse gli occhi.
Quando nemmeno questo era sufficiente, lavorava di notte nelle locande –
cambiava lenzuola, svuotava catini –
mentre la sua bambina piangeva due strade più in là,
a casa della vicina che la teneva per qualche lira all’ora.
La fame viveva dentro di lei come un secondo battito del cuore.
La stanchezza, come una seconda colonna vertebrale.
Alcune notti vegliava sopra la figlia addormentata e tremava –
dal freddo, dalla paura, dalla matematica crudele della sopravvivenza che non tornava mai.
Indossò lo stesso vestito per due anni.
Mangiò croste secche lasciate dai fornai.
Invecchiò di dieci anni in dodici mesi.
Ma non mancò mai l’affitto.
Non lasciò mai sua figlia senza cibo.
Non smise mai di cantarle una ninna nanna, anche quando la gola le bruciava per il pianto.
E poi, lentamente, centimetro dopo centimetro, le cose cominciarono a cambiare.
Nel 1895, Elisabetta aveva risparmiato abbastanza per aprire una piccola pensione.
Nel 1900, era proprietaria dell’edificio.
Sua figlia, Maria, crebbe vedendo la madre trasformare la fatica in forza, e la forza in un piccolo impero…
un giorno difficile alla volta, con nient’altro che mani rovinate e una volontà incrollabile.
Maria diventò maestra, poi direttrice…
una delle prime donne in Molise a ricoprire quel ruolo.
Quando tenne il discorso di fine anno all’Istituto Magistrale di Campobasso nel 1923, cominciò con queste parole:
“Mia madre mi ha insegnato che la dignità non è qualcosa che ti viene concessa—
ma ciò che scegli di non cedere.
Lei ha lavato pavimenti affinché io oggi potessi stare su questo palco.
Questo non è solo sopravvivere.
Questo è rivoluzione – con un grembiule di cotone e del sapone.”
Elisabetta visse fino a ottantatré anni.
Abbastanza per vedere sua figlia andare in pensione con onore,
i nipoti laurearsi,
e i pronipoti nascere in un mondo dove lei, un tempo, aveva raschiato la vita
con mani dure e un coraggio che non si spezzava mai.
Negli ultimi anni, qualcuno le chiese cosa l’avesse tenuta in vita nei tempi più duri.
Lei ci pensò un attimo e rispose piano:
“Ogni mattina guardavo Maria e mi dicevo:
Questa bambina non conoscerà mai la fame.
Questa bambina non chiederà mai pietà.
E quel pensiero era più forte di qualsiasi stanchezza.”
Alcune donne sopravvivono.
Alcune donne resistono.
Elisabetta Marino costruì una dinastia con dolore, forza e una figlia sulla schiena…
e lei lo chiamava amore. ❤️

lunedì 29 settembre 2025

"Ho spiato l'amore", di Gianluca Emiliani



Ho spiato l’amore
che dormiva beato
con in mano il dolore
e nell’altra il creato.

Con le palpebre assorte,
come gialla ginestra,
fa la guerra alla morte,
ma le tiene la destra.

L’ho spiato nascosto
dietro a mille cautele,
tra dolcezze di mosto
e amarezze di fiele.

Gianluca Emiliani

lunedì 8 settembre 2025

Riccardo Muti, sulla cultura...

Se togliamo ai nostri figli la possibilità di avvicinarsi all’arte, alla poesia, alla bellezza, in una sola parola alla cultura, siamo destinati a un futuro di gente superficiale e pericolosa.

Per questo occorre difendere un settore che non esiste per dare dei profitti, ma per parlare direttamente alla gente.
Sottolineo che un’orchestra sinfonica costa molto, ma molto meno di un giocatore di calcio.
I dittatori hanno sempre cercato di chiudere la bocca agli artisti e agli intellettuali, perché la cultura, nonostante l’imbarbarimento estetico al quale stiamo assistendo, continua a essere l’anima del popolo.
L’Europa ha alle spalle una storia importantissima, sul piano culturale è stata a lungo leader nel mondo.
Ora non può dimenticarlo: per risalire e tornare propositiva, basterebbe che i governi dei vari Paesi togliessero un po’ di denaro alle cose superflue e lo destinassero prima all’educazione, poi all’educazione e quindi all’educazione.

Riccardo Muti

domenica 7 settembre 2025

"Ostrica perlifera", di Margherita Guidacci


 Ph Miriam Bruni


Dio mi ha chiamata ad arricchire il mondo

decretandone il semplice strumento:

basta un opaco granello di sabbia

e intorno il mio dolore iridescente!

Da Neurosuite

Testamento, di M.L. Spaziani

Testamento

Lasciatemi sola con la mia morte. Deve dirmi parole in re minore che non conoscono i vostri dizionari. Parole d'amore ignote anche a Petrarca, dove l'amore è un oro sopraffino inadatto a bracciali per polsi umani.
Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche perché dalla nascita l'ho avuta vicina. Siamo state compagne di giochi e di letture e abbiamo accarezzato gli stessi uomini. Come un'aquila ebbra dall'alto dei cieli, solo lei mi svelava le misure umane.
Ora m'insegnerà altre misure che stretta nella gabbia dei sei sensi invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre. È triste lasciare mia figlia e il libro da finire, ma lei mi consola e ridendo mi giura che quanto è da salvare si salverà.

Maria Luisa Spaziani

sabato 6 settembre 2025

Cecília Meireles tradotta da Emilio Capaccio

ÊXTASE

Deixa-te estar embalado no mar noturno
onde se apaga e acende a salvação.
Deixa-te estar na exalação do sonho sem forma:
em redor do horizonte, vigiam meus braços abertos,
e por cima do céu estão pregados meus olhos, guardando-te.
Deixa-te balançar entre a vida e a morte, sem nenhuma saüdade.
Deslisam os planetas, na abundância do tempo que cai.
Nós somos um tênue pólen dos mundos...
Deixa-te estar neste embalo de água geando círculos.
Nem é preciso dormir, para a imaginação desmanchar-se em figuras
ambíguas.
Nem é preciso fazer nada, para se estar na alma de tudo.
Nem é preciso querer mais, que vem de nós um beijo eterno
e afoga a bôca da vontade e os seus pedidos...


Traduzione di Emilio Capaccio

ESTASI
Lasciati cullare nel mare della notte
dove s’accende e si spegne la salvezza.
Lasciati andare nell’esalazione del sogno senza forma:
intorno all’orizzonte, vegliano le mie braccia spalancate,
e sopra il cielo sono inchiodati i miei occhi, a guardia di te.
Lasciati oscillare tra la vita e la morte, senza alcuna nostalgia.
Scivolano i pianeti, nell’abbondanza del tempo che cade.
Siamo un tenue polline dei mondi...
Lasciati permanere in questa culla d’acqua, che gela ai circoli.
Non c’è bisogno neppure di dormire, perché l’immaginazione si sciolga in figure
ambigue.
Non c’è neppure bisogno di fare nulla, per essere nell’anima d’ogni cosa.
Non c’è neppure bisogno di voler altro, perché da noi viene un bacio eterno
che affoga la bocca del desiderio e le sue richieste...


venerdì 5 settembre 2025

Anaide Beiriz tradotta da Emilio Capaccio

Anaíde Beiriz (1905-1930)

NȂO! EU NȂO HEI DE CHORAR

Não! Eu não hei de chorar
tu me conheces bem pouco.
Dizes que procurarás me esquecer
desafio-te que o consigas.
as marcas das minhas carícias não foram feitas pra desaparecer facilmente.
Mil outros lábios que se encrustarem na tua boca,
não arrancarão de lá a lembrança minha.
Apraza-te que eu guarde meus beijos?
Guardá-los-ei, por enquanto...
Advirto-te, porém, que beijos são como vinhos raros
quanto mais velhos, melhor embriagam...
E tu, que fizestes pra mim muito mais desejada
porque tenho que te arrancar do domínio de outra mulher?
Tens medo do meu amor?
O meu amor é impulsivo, é torturante, é estranho, é infernal.
Ouve contudo o que te digo:
hás de experimentá-lo ainda uma vez...
então veremos, quem de nós dois chorará.


Traduzione di Emilio Capaccio

No! io non dovrò piangere
tu mi conosci poco.
Dici che cercherai di dimenticarmi
sfido che ci riuscirai.
I segni delle mie carezze non sono fatti per svanire facilmente.
Mille altre labbra che s’incrosteranno sulla tua bocca,
non strapperanno da lì il mio ricordo.
Vuoi che conservi i miei baci?
Li conserverò per ora ...
Ti avverto, però, che i baci sono come vini rari
più invecchiano, meglio t’ubriacano...
E tu, che mi hai resa molto più desiderata
perché devo strapparti dal dominio di un’altra?
Hai paura del mio amore?
Il mio amore è impulsivo, tormentoso, strano, infernale.
Ascolta però ciò che ti dico:
dovrai sperimentarlo ancora una volta...
allora vedremo chi di noi piangerà.

lunedì 1 settembre 2025

Umberto Galimberti sull'intelligenza...


"...La mimetizzazione dell’intelligenza è quindi una grande virtù: la virtù degli insegnanti che non sfoggiano tutto il loro sapere, ma solo quello che può essere recepito e nelle forme in cui può essere recepito; la virtù degli psicoanalisti che, pur individuando dopo due sedute di che cosa soffre il paziente, attendono molte sedute affinché il paziente pervenga da sé alla sua verità; la virtù dei genitori che, pur avendo presenti le capacità che i figli potrebbero tradurre in professioni, attendono che i figli le riconoscano da soli, sorreggendo i loro percorsi con piccoli accenni quando i figli sono nella condizione di recepirli; la virtù dei politici che hanno il polso del paese reale e non solo degli obiettivi che vogliono perseguire, indipendentemente dal consenso o dal dissenso opportunamente valutato; ma direi anche la virtù delle veline, alcune delle quali hanno senz’altro significative capacità intellettuali, che però, dato il contesto, non è il caso di esibire in un concorso di bellezza, dove l’attenzione è tutta concentrata sulle misure e le forme del corpo. La mimetizzazione dell’intelligenza è la virtù delle persone veramente intelligenti, che sanno coniugare la verità con la comprensione della verità, per la quale sono disposti a rinunciare all’esibizione di sé per la cura dell’altro e la comprensione delle modalità con cui l’altro può capire quanto si va dicendo. All’intelligenza che sa mimetizzarsi compete quella virtù che possiamo chiamare altruismo, qui inteso non come “buonismo”, ma come percezione di ciò che è altro da me, perché consapevole che gli altri, con le loro obiezioni anche grossolane, possono costituire uno stimolo a un ulteriore ricercare e intendere e trovare. Dimensioni, queste, tutte impedite alle intelligenze narcisistiche che, non percependo nulla dell’altro, del suo livello di comprensione e del valore delle sue obiezioni (che i narcisisti scambiano per attacchi), irrigidiscono la loro intelligenza, facendola diventare sempre più dogmatica, e alla fine arida e fossilizzata, perché non dialogica e non recettiva di quanto gli altri e il mondo hanno ancora da insegnare..."

Umberto Galimberti - "I miti del nostro tempo" -
Cap "La mimetizzazione dell’intelligenza"

Margherita Guidacci: "Il mio cuore appartiene"


Il mio cuore appartiene

A coloro che lo divoreranno,

E so che stanno venendo.

Ho sobbalzato

Anche per una piuma fluttuante nell'aria,

Non sapendo quale sarà il loro segno.

Credo di udire i loro passi:

La notte e il vento sono pieni di passi.

O forse avranno ali

E piomberanno su me come un falco,

O arderanno dal suolo come fiamma,

O balzeranno dal mio stesso cuore.

Così sto in ascolto.

Non so dove volgermi.

Sono radicata dove devo morire.

Sono un albero marcato di rosso 

Perché l'ascia lo riconosca;

Un albero marcato nel bosco

Che sarà traversato da una strada,

E odo l'ascia che canta

Una canzone di morte intorno a me,

Si avvicina pesante come il passo di un ubriaco,

Il battito di un folle cuore o di un folle tamburo.

M Guidacci



Trovo che queste parole nate dall'estro di Margherita Guidacci per esprimere l'angoscia del ricco Epulone della parabola evangelica, possano oggi interpretare invece i sentimenti e i singhiozzi, il costante allarme e l'angoscia di morte che sta soffocando i poveri palestinesi...............

Miriam


Poesia Guidacci - Foto Bruni


                                                                                            ph Miriam Bruni



All'eterno

Come onde la tua riva tocchiamo;

Ogni istante è confine tra l'incontro e l'addio.

Dal nostro mare in te fuggire, nel nostro mare fuggirti:

Non altro è di noi labili il destino.

Né tregua mai ci è data, anche se amore

Od altra arcana ansia più lontano ci spinse

Sulle tue sabbie, in vista delle torri

Della superba tua città. Ché ancora

Indietro ci trascina il nostro peso

Nel mutevole abisso -

Siamo di nuovo desiderio e lamento.


(da Paglia e polvere)

Il dolore...secondo Isabella Bignozzi

ll dolore è sempre degno, materia candida. Castità ultima di tutti i corpi: proni alla pena, alla piaga, alla sete. Ma le zone d’ombra di ciò che si è patito, dove si ferma il cuore – che weilianamente duole, perché attendeva il bene – vanno taciute. Il male si estingue nell’inazione che potenzia l’interiorità, aggrappati ai propri frammenti d’innocenza.

Fare del cuore un sepolcro del mancato, dove il dolore è lasciato libero di scavare, finché non sia terminato il tripudio del crollo in ogni sua gloria: quello è il punto geometrico, puramente spirituale, che dell’umana bassezza fa dimora inerte, in contemplazione immobile. Senza volere, senza sapere, l’anima arresa, contrita di sé, che non biasima, ma si lascia divaricare dalla sofferenza avuta in sorte, non nutrendo rabbia, non desiderando reciprocità di abuso, in minima parte redime e svincola chiunque altro.

E non rinnega il suo sgomento Gesù, nell’abbandono (Mt 27, 46; Mar 15, 34): dichiara il bisogno. Sitio, ho sete. Continuare a chiedere il bene, senza timore di essere inesauditi, derisi, umiliati. Di fronte al male del mondo: presenza ridanciana, acefala, che strattona i viventi gli uni contro gli altri nel moto meccanico, nella cosa grezza. Chiunque dia la propria materia nobile in pasto alla pochezza, o pratichi la prevaricazione, l’umiliazione: chiunque in tal modo degradi sé stesso degrada ogni suo simile, inchiodando Cristo sulla croce, incessantemente.

Isabella Bignozzi

sabato 30 agosto 2025

Anne Hébert tradotta da Maura Baldini

                                                 

Anne Hébert


Andare per dirupi 

di fatica

Senza fine

Senza riprendere fiato

Impigliata nei suoi capelli

Come dentro ciuffi

di febbre

Il cuore in avanscoperta

Tutto nudo nel suo collo

Spillato come un folle uccello.


Vecchio caveau di famiglia

Sventrato

Gabbia di betulla bianca

Fracassata

Gioco del domino

Interrotto

Morbido petto crepato


Fracasso d'avorio a mezza voce 

Contro il nostro orecchio pieno

di sabbia

Blu del cielo

Grande grido della luce

sopra di noi.


Trad.di Maura Baldini

mercoledì 27 agosto 2025

Supervielle tradotto da Emilio Capaccio


Jules Supervielle (1884-1960)

ENCORE FRISSONANT
Encore frissonnant
Sous la peau des ténèbres
Tous les matins je dois
Recomposer un homme
Avec tout ce mélange
De mes jours précédents
Et le peu qui me reste
De mes jours à venir.
Me voici tout entier,
Je vais vers la fenêtre.
Lumière de ce jour,
Je viens du fond des temps,
Respecte avec douceur
Mes minutes obscures,
Épargne encore un peu
Ce que j’ai de nocturne,
D’étoilé en dedans
Et de prêt à mourir
Sous le soleil montant
Qui ne sait que grandir.


ANCORA TREMANTE
Ancora tremante
Sotto la pelle delle tenebre
Ogni mattina devo
Ricomporre un uomo
Con tutto questo miscuglio
Dei miei giorni passati
E il poco che mi resta
Dei miei giorni a venire.
Eccomi tutto intero,
Vado verso la finestra.
Luce di questo giorno,
Vengo dal fondo dei tempi,
Rispetta con dolcezza
I miei minuti oscuri,
Risparmia ancora un po’
Ciò che ho di notturno,
Di stellato dentro
E pronto a morire
Sotto il sole nascente
Che non sa che ingrandirsi.

Traduzione di Emilio Capaccio

giovedì 21 agosto 2025

M.C. Gonzales tradotta da Emio Capaccio


María Clara González (1952)
DESDE SIEMPRE
Tu paso
― de una sílaba ―
por mi larga fila
de palabras vacías
estaba anunciado desde siempre
Tu paso de ecos
como la lluvia
de tu tierra amada
era realidad antes de verte
Tu paso
de cascabel y gaita
era lo que en mi alma acontecía
cuando la visitaban de niña los presagios



DA SEMPRE

Il tuo passo
d'una sillaba ―
nella mia lunga fila
di parole vuote
era stato annunciato da sempre
Il tuo passo d'echi
come la pioggia
della tua terra amata
era realtà prima di vederti
Il tuo passo
di sonaglio e cornamusa
era ciò che nell'anima mi accadeva
quando da bambina la visitavano i presagi

Traduzione di Emilio Capaccio