domenica 31 ottobre 2021

Due poesie di Fernanda Ferraresso


verrò verrò, non serve promettere
verrò con passo sicuro e lento
verrò ad acquietare il tuo tormento
con fiori di bruma e prensili affreschi
di albe e tramonti ti mostrerò la via
per non confonderti.
Verrò chiara nell’oscura tua domanda
ai tuoi occhi sarò distinta di un futuro che non si paga.
Verrò da te e sentirai bruciare tutte le tue resine.
Verrò verrò te l’ho detto già dall’inizio. Verrò
inginocchiata fasciando i tuoi passi di cera
brillerà la tua sera
sarò saremo
infinita distesa

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conosco bene l'età che ho
ma dentro di me non è la stessa
a volte c’è qualcosa una specie di freschezza
che mi tiene al sicuro
architetta per me skylines senza frontiere
una continuità di forme anche dentro l’oscurità dei miei giorni
e più mi concentro e più mi sento leggera
senza peso la gravità che ci lega
tutto il mondo è a portata di mano
gli errori che comunque si fanno
insieme a quelli che avrebbero dovuto istruirci
dovevano essere fatti
senza perdersi anzi rimboccandosi le maniche
per riscrivere l’ombra e l’oscurità che la occupa
senza finzione senza segreti con se stessi
un cammino tra rami che si spezzano
e piedi che si fanno paesi tra profumi d’inverno
l’amarezza e la dolcezza del silenzio
che si prolunga fin dentro il cuore
disegnandone un capolavoro d’ore
riparando il tempo comune svolto tra paure e attese
come ingranaggi in cui cadiamo
noi tutti la stessa collezione di profondità
in paesaggi mai studiati prima
mai visti se non tra un sogno e l’altro
qui altrove

mercoledì 27 ottobre 2021

Una poesia di Hilde Domin


IL GRANDE SOFFIO

La parola accanto a me
l’orlo della parola
vicinissima
respirare a fondo
la pelle
tra la parola e me
respirare a lungo
il grande soffio
dove volano le parole
Hilde Domin

mercoledì 20 ottobre 2021

Tempesta sedata - di Maria Felicetti

Tempesta sedata


Infuria il mare cieco della prova
quando il vento del dubbio divora
le ultime fibre di luce coi suoi tarli,
i suoi fantasmi, e schiaffeggia
la fragile barca della vita,
sballottata come foglia,
mentre il Cielo tace, lontano.
Nel vortice del lamento si spegne
l'azzardo dell'oltre.
L'acqua toglie il respiro,
e gli occhi sbarrati
cercano l'approdo, persi
a lottare contro la notte.
Ma vana è la foga del remo,
folle l'utopia prometeica di salvare,
di sfuggire alla fine
con la penuria delle sole forze,
così contro il muro di quelle onde
si frangono cadenze d'orgoglio.
Affonda il cuore, preda della paura.
Ma un grido disperato,
quasi un'estrema àncora,
a un tratto lacera il buio e desta
passi di grazia. Parole sorgive,
come un tuono comandano al vento,
dissolto in un sospiro.
In un attimo si placa il caos,
ed è grande bonaccia,
alba nuova iridata.
Ora so, il tuo silenzio era
presenza che non invade
accovacciata ai miei piedi,
attesa del prodigio della mia fede,
voce di giglio annodata al mio fiato.
Eri nel fondo oscuro della tempesta,
come seme nascosto nella terra,
stella regale che guada
il Mar Rosso dell'avversità,
e sospinge più in là.
Con Te è vinta la burrasca,
con Te si passa ad altra riva.

martedì 19 ottobre 2021

sull’avventura della permanenza... Milo de Angelis

Solo nel ritorno si attua la nostra attesa più urgente: sapere cosa ci è veramente accaduto, cosa avveniva dietro le quinte di ciò che abbiamo visto, nel fondo assoluto che sostiene la nostra esperienza. Ascoltare questa rivelazione diventa il compito e, nello stesso tempo, il fondamento della parola poetica. Di quali luoghi possiamo parlare se non di quelli che abbiamo conosciuto e che ci hanno conosciuto? Tutto il resto è turismo, new age, esperimento. Perché lo sperimentalismo ci appare così fatuo? Perché è legato alla curiosità e all’ingordigia. È legato a uno sguardo che non è riconoscente per quanto ha avuto: sguardo libertino, nel senso della vita estetica di Kierkegaard. Per noi che non ci stanchiamo mai di interrogarci, è improsciugabile l’acqua di ieri, per noi che conosciamo l’avventura della permanenza.

Milo de Angelis

domenica 17 ottobre 2021

Donne&Deserti - Clarissa Pinkola Estes

Molto spesso cominciamo in un deserto.

Ci sentiamo deprivate di ogni privilegio, alienate, non connesse neppure a un cactus.
Gli antichi chiamavano il deserto il luogo della rivelazione divina.
Ma per le donne è molto di più.
Un deserto è un luogo in cui la vita è molto condensata.
Le radici di ciò che vive sono aggrappate all'ultima lacrima d'acqua, e il fiore tesaurizza l'umido riapparendo soltanto presto la mattina e nel tardo pomeriggio.
La vita nel deserto è piccola ma brillante e quando accade si svolge perlopiù nel sottosuolo
come la vita di molte donne.
Il deserto non è lussureggiante come una foresta o la giungla, è molto intenso e misterioso nelle sue forme di vita.
Molte di noi hanno vissuto la vita nel deserto: pochissimo in superficie, ed enormemente sotto la terra.
La psiche delle donne può aver trovato la via del deserto per risonanza, per passate crudeltà, o perché non le era concessa una vita più ampia sopra alla terra.
Molto spesso la donna sente allora di vivere in uno spazio vuoto in cui c'è forse soltanto un cactus con un bel fiore rosso vivo, e poi, in ogni direzione, cinquecento chilometri di nulla.
Ma per la donna che si spingerà a cinquecento e uno chilometri c'è qualcosa di più.
Una bella casetta. Una vecchia casa che vi aspetta.
Non fate sciocchezze, tornate indietro e fermatevi accanto a quell'unico fiore rosso, e cercate di percorrere quell'ultimo faticoso chilometro, bussate alla vecchia porta scolorita dalle intemperie, arrampicatevi fino alla caverna, strisciate attraverso la finestra di un sogno