giovedì 4 marzo 2021
Una poesia di Antonietta Fragnito
Ogni giorno al risveglio
penso alle mille vite interiori che potrei sbranareMa mi accuccio in un angolo
come fa l' invertebrato nel sogno
Accendo il fornello del tempo e vado
Sempre mi stupisco che la mia fiamma vitale arda
da sopravvissuta quale sono
al campo di sterminio del dolore
Ho un canto cucito in gola
e sto da mendicante
sotto le mura della mia prigione
Sono un parco Ulisse
sempre pronta a varcare quella soglia
con un piede affossato
dentro la libertà
Giuseppe Semeraro - sulla poesia
La poesia serve a praticare le porte laterali,
gli scantinati del caos, le strade senza uscita, le curve che spingono fuori.
Serve a praticare le forze nascoste negli sguardi, l'amore che si scioglie nel sangue.
La poesia serve a praticare l'incontro dei contrari, serve a praticare i luoghi della fine.
Serve a praticare le cime fragili, le altezze che tremano.
Serve a praticare i tavolini di notte i silenzi che creano spazi, le parole che stappano mondi.
La poesia serve a praticare la materia che diventa respiro,
il respiro che diventa voce, la voce che genera parole.
La poesia serve a praticare le parole che diventano destino.
Un pensiero di Florenskj - Come il rumore di una lontana risacca
Come il rumore di una lontana risacca,
così risuona all'autore l'unità ritmica della sua opera.
I temi se ne vanno e poi di nuovo ritornano
e di nuovo ritornano; e ciò accade sempre di nuovo:
essi ritornano ogni volta rafforzati ed arricchiti,
ogni volta si riempiono del succo di vita.
Florenskj
lunedì 1 marzo 2021
Antonia Pozzi, All'amato
Antonia Pozzi, All'amato
Tu sei tornato in me
come la voce
d’uno che giunge,
ch’empie a un tratto la stanza,
quando è già sera.
Qui c’era
soltanto il peso
delle ore irrigidite
in grigiore di pietra,
il passo lento
dei fossati in pianura
sotto nudi archi di pioppi. C’erano
al termine delle case
le povere strade
di novembre, straziate di solchi…
E c’era questo mio vivere
che ripete ogni giorno
il gesto di una mano di carne
calata giù nel profondo
a chiudere la bocca di Dio.
C’era la sabbia
che giù si rovescia
sull’incendio di Dio.
C’era la falce
che morde
le erbe di Dio.
La pietra
che cade sui cani,
sugli uccelli di Dio.
Allora sei tornato
tu – in me –
come la voce
d’uno che giunge,
che nessuno più attende
perché è già sera.
Sei ritornato in me
come un fedele
stormo di rondini
che riappendon nidi
al tetto oscuro del cuore.
Sei ritornato come uno sciame
d’api che cercano
i loro fiori – e indorano
l’orto nativo.
Ora nell’orto io sento
crescere i nuovi
miei fiori per te. Sento spuntare
sui pascoli, dove
la neve si è sciolta,
gli anemoni gialli
e dal suolo del cielo
le stelle – che a quelli somigliano –
le stelle – dopo che il gelo
del vespro è scomparso
e la notte è la terra feconda –
il monte
primaverile
di Dio.
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