domenica 25 agosto 2019

Gottfried Benn

Colui che è solo
Colui che è solo è anche nel mistero
e sempre sta nel fiume delle immagini,
del loro generarsi, germinarsi,
anche le ombre hanno questo fuoco.
Gravido di ogni strato è nel pensiero
di ogni strato ricolmo e non disperso,
in suo potere ha l’annientamento
di ogni umano che si nutre e si accoppia.
Impassibile egli vede la terra
un’altra farsi da quella che fu sua,
non più “muori” e non più “divieni”:
la perfezione, immobile, lo guarda.
Gottfried Benn, da Poesie statiche (Einaudi, 1972, trad. Giuliano Baioni)

sabato 24 agosto 2019

Adriana Zarri


Il poeta è ponte tra l’Assoluto e il tempo: 
non può tradire Iddio parlando, 
non può tradire l’uomo tacendo; 
il risultato è un’espressione tutta particolare 
che non è più discorso umano
e non è ancora Verbo assoluto e silenzioso.

Un testo di Paolo Volponi


La vergine di Paolo Volponi
I sassi bianchi
sono le tue spalle
gli alberi la tua statura;
è la tua gola che batte
se una rosa si muove
non vista nel giardino.
Dì pure al vento
di perdere il tuo canto
nella voce dei fossi,
al rosmarino
di chiudere i sentieri.
L’innocente starna
si leva alta sul bosco
e m’indica il tuo cammino.
*

domenica 18 agosto 2019

G.G.Amoretti su poeti e poesia


I poeti conoscono la sostanza materica, densa, “carnale”, delle parole. Spesso ce la fanno percepire, sillaba dopo sillaba, così intensamente che noi arriviamo quasi a sentirne – sulla pelle, nell’anima – la pressione dolorosa. Altre volte invece, simili a bizzarri equilibristi del linguaggio, le fanno volare nell’aria, le parole, quasi giocassero, sfidandola, con la legge di gravità. Ma anche in tal caso non dimenticano, non dimenticano mai – e solo per questo sono veri poeti – quanto fortemente e duramente ogni singola parola pesi.
La poesia sa la ferita. Non la dissimula né la esibisce. Non la nega né la cancella. La dice. E mentre la dice la solleva – trattenendola, immobile, nella propria luce: la muta di stato, la trasfigura nel linguaggio della bellezza. Perciò la ferita, per un attimo, sembra come essersi rimarginata, quasi pare scomparsa. Ma è una illusione. Anche sulla pagina scritta, e fin dentro ogni verso e ogni sillaba, il sangue continua a spargersi e a scorrere a rivoli – lo strazio, ancora, resta non medicato.
Non è raro che la poesia celi in sé un sentimento di pena e quasi di vergogna per lo splendore della propria bellezza, così macchiato di sangue.


sabato 3 agosto 2019

Camillo Fonte

Camillo Fonte

La memoria

Mia ghiandaia felice la memoria,
oggi, ancora una volta ti ritrova,
come sempre, in un’ansia eterna di partenza.
Rosea venne l’aurora
e cancellò le tenebre discrete,
luogo d’amore.
Senza voltarmi, ingrato,
come uccello di transito che il nido
d’una notte non cura, ti lasciavo.
Per troppa furia ti dimenticavo,
isola estrema, amore.
Ora per nuova furia ti ricordo.